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Commenti e racconti di viaggio

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I dorado di Corrientes El Tigre dell’Argentina

 “Non piangere per me, Argentina. La verità è che non ti ho mai lasciata,” è così che recita la canzone, e io scorrendo il mio passaporto, che conteneva i 25 timbri di attraversamento del confine argentino negli ultimi otto anni, mi sentivo come se non l’avessi mai lasciata.
Era l’inizio di dicembre e io avevo tempo per le reminiscenze mentre attendevo la cena a bordo del mio volo dall’aeroporto Washington-Dulles a Buenos Aires. I miei ricordi delle spedizioni di caccia, dei buoni amici e del cibo fantastico che avevo scoperto durante i miei viaggi attraverso l’Argentina mi fecero sorridere e sperare in un’altra entusiasmante avventura.
Avevo prenotato un viaggio di pesca a Corrientes per dare la caccia a un’altra specie compresa nella mia “Lista dei ricercati.” Questo viaggio si proponeva di andare in cerca dell’oro, un pesce chiamato dorado come la perduta città dell’oro – El Dorado. Questo dorado non è la versione d’acqua salata , bensì la versione d’acqua dolce nota come “la tigre” o “El Tigre” del sistema fluviale del Rio Parana’ e del Rio de la Plata in Argentina e Brasile.
Conosciuto col nome scientifico di “Salminus Maxillosus”, questo brillante membro della famiglia ittica delle Characidae è uno dei più aggressivi, acrobatici e assolutamente meschini furfanti con cui ballerete il tango. Il dorado è un osso duro, ma immagino che ciò sia dovuto al territorio. I fiumi sudamericani sono pieni zeppi di creature dentate che pattugliano costantemente le acque in cerca di qualcosa o qualcuno su cui avventarsi. Esatto, se non ti prendono i piranha, lo faranno i caimani (alligatori sudamericani)!
Mi accompagnavano in quest’avventura gli amici Shawn e Lisa Morse di Kansas City, entrambi avidi pescatori con alle spalle molte imprese di pesca in tutto il mondo. Arrivammo a Buenos Aires e ci dirigemmo al nostro hotel per rinfrescarci, rilassarci e poi tuffarci nell’ospitalità della “Parigi del Sudamerica.” Perdonatemi se sembro il ministro argentino del turismo, ma ogni anno milioni di turisti e visitatori si recano in Argentina, in particolare a Buenos Aires, per più di una bella battuta di caccia o di pesca. Vale la pena di intraprendere questo viaggio anche solo per la splendida architettura, le passeggiate sui viali alberati, lo shopping nei pittoreschi dintorni e i piatti a base di delizioso asado di manzo, unito a superbo vino argentino. E di certo nessuna visita a Buenos Aires è completa se non ci si lascia trasportare dalla magia del tango ballato dal vivo.
Quando si fece sera, Buenos Aires tenne fede alla sua reputazione di graziosa città ospitale rinfrescando la precoce calura estiva con una piacevole brezza marina, che ci accompagnava mentre, camminando, smaltivamo i dolori muscolari derivanti dalle numerose ore trascorse in volo. Dopo una cena deliziosa gustata “al fresco” al Porto Madero, un quartiere di ristoranti chic nel porto della Vecchia Buenos Aires, rifacemmo i bagagli per il nostro trasferimento in pullman granturismo alla città di Mercedes, nella provincia di Corrientes. Sita nell’angolo nordorientale dell’Argentina, Corrientes possiede vaste risorse naturali, compresi i rinomati terreni paludosi Iberà, i cui 3,5 milioni di acri, riserva naturale protetta, sono due volte le Everglades della Florida e ospitano migliaia di specie di piante, uccelli, animali e pesci, compreso il pregiato dorado.
Una manciata di minuti dopo il nostro arrivo a Corrientes eravano al lodge, già stavamo preparando la nostra barca per andare sul Rio Corrientes in cerca d’oro! In quei primi minuti in barca, solcando l’acqua trasparente, improvvisamente mi balenò in testa il pensiero che avevo percorso 10.000 miglia in jet, autobus e jeep per avere la possibilità di catturare il misterioso dorado. Ne sarebbe valsa la pena?
Ci vollero meno di cinque minuti per rispondere a quella domanda, visto che stormi di uccelli tropicali dai colori vivaci presero il volo sentendo il rumore del nostro motore fuoribordo. Dozzine di caimani scivolavano nel fiume, con gli occhi appena al di sopra della superficie dell’acqua, come se aspettassero che noi ci avvicinassimo per un buon boccone. Le capibare e le nutrie (grossi roditori acquatici) stavano immobili mentre noi passavamo.
Il numero di uccelli e animali che osservammo era stupefacente. Alfredo, la mia guida, rallentò il motore e mi fece cenno di lanciare in un gorgo giusto davanti a me.
Avevo appena cominciato a recuperare la mia esca quando l’acqua sotto di me esplose alla grandiosa apparizione di El Tigre. Che abboccata! Preso alla sprovvista, il mio set di ami oppose una resistenza ridicola  e questo dorado non perse tempo per andarsene.
Lottai per riassestarmi, riannodare e prepararmi per l’opportunità successiva. I dorado hanno una bocca dura come pietra, con denti corti ma appuntiti.  Continuammo a percorrere acque caratterizzate da una buona corrente, gorghi e mulinelli. Non ci volle molto per cogliere ancora nel segno e quando io mi girai urlando “pesce!” a Lisa e Shawn, vidi che anche loro avevano allamato. Queste acque ospitano un gran numero di dorado, ma anche tanti “carnivori” molto aggressivi come le quattro varietà di piranha che prendemmo.
Era abbastanza facile, dalla presa, distinguere tra dorado e piranha, sebbene entrambi tirassero più forte di qualsiasi pesce d’acqua dolce che conosco. Il dorado semplicemente salta una volta allamato, mentre il piranha resta in profondità e tira come un Jack Crevalle d’acqua dolce!
Quando poc’anzi ho detto che questi pesci sono molto aggressivi, dicevo per davvero. Ogni dorado catturato presentava parecchi morsi sulla coda. La convinzione che solo il dorado fosse sotto attacco sparì quando un dorado colpì, come una pallottola dorata, il piranha da quattro libbre che stavo tirando su con il mulinello! Il dorado rimase attaccato fin quando stavo per tirare in barca il piranha, ma lasciò solo la firma dei suoi denti sui fianchi e sulla pancia del piranha. Quest’ambiente dà un significato nuovo al modo di dire  “mangia o sarai mangiato.” Più tardi, quello stesso giorno, mentre Fred mi stava aiutando a togliere un saltellante pesce da cinque libbre dal mio artificiale, il piranha fece scintillare un sorriso simile a un bisturi chirurgico e diede un morso da 10 punti di sutura alla mano di Fred. Essere prudenti non è solo una buona idea – è un imperativo!
Pescammo per parecchi giorni prendendo dai 12 ai 15 dorado al giorno. I terreni paludosi Iberà si inondano durante la stagione delle piogge e questa piatta prateria diventa una gigantesca distesa di acqua dolce costellata da migliaia di isolotti. Quando l’acqua si ritira, diventa evidente l’alveo del fiume, dove si concentrano pesci e selvaggina, creando fantastiche opportunità di pesca.
Nel corso della settimana usammo una varietà di artificiali galleggianti. Per l’ultimo brivido, usammo grossi streamer colorati. Il dorado mangiava con tutti. Se decidete di andarci, portate con voi esche in abbondanza. Non ne perderete molte nei rami e tronchi spezzati, ma le fauci di un dorado sono in grado di triturare qualsiasi esca sottile.

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BRITISH COLUMBIA – COMMENTI E RACCONTI DI VIAGGIO

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1) AUTORE – Francesco Guerriero – Primavera d’acciaio

Montagne dalle cime innevate, aria cristallina frizzante, acque chiare e fredde scorrono placide prima dell’arrivo del disgelo. Ombre cromate si muovono in fretta alla ricerca dei luoghi di deposizione. E’ primavera, tra fine marzo e metà maggio, le ultime grandi steelhead risalgono i fiumi della regione dello Skeena nel nordovest della British Columbia in Canada.

La risalita primaverile è il mio periodo preferito per la pesca alle steelhead. Avendo la fortuna di abitare a 500 metri da due delle migliori pool del basso Kalum, posso insidiare con buoni risultati le steelhead tutto l’anno, ma gli esemplari, in primavera, oltre alla bellezza, sono speciali per la brutale aggressività con cui si scagliano sullo streamer e la forza con cui combattono.

Chi ha già provato in canna le incredibili testate dei grossi “buck” (maschi) o i salti argentati delle “doll” (femmine) sa di che cosa si tratta: adrenalina pura al 100% e, quando tutto è finito, le mani tremano, il corpo vibra dalle palpitazioni e la voglia di un’altra “dose” aumenta. Si può parlare sicuramente di dipendenza da steelhead. Non è un caso che questi pesci siano leggenda e che questa stagione stia diventando sempre più famosa tra i pescatori a mosca di tutto il mondo.

Chi pesca in primavera ha come unico obiettivo la steelhead, i primi salmoni sono ancora lontani dalle coste. In media si possono agganciare una o due steelhead al giorno, tra i 5 e i 9kg , i fiumi su cui si pesca sono gli ormai acclamati e famosi Skeena, Kalum, Copper, Kitimat e altri meno noti ma altrettanto pescosi. Per aumentare le possibilità di successo consiglio di utilizzare le guide, anche per chi conosce la zona. Spesso i fiumi cambiano corso da un anno all’altro e bisogna riscoprire quali siano le pool buone.

Comunque sia, guidati o turisti fai da te, sui fiumi ci si sposta con barche a idrogetto (Skeena), a “drift” con barche a remi o pontoon boat di otto o nove piedi. La regione è ancora selvaggia e gli hot spot raggiungibili a piedi sono pochi e spesso affollati.

Le tecniche di pesca a mosca che si possono utilizzare sono legate ai propri gusti personali come pure l’attrezzatura. A mio parere nella maggior parte dei casi lo spey casting è la soluzione migliore. La portata dei fiumi a inizio primavera è al livello minimo con acque chiare e quindi sono da preferire dei setup ad affondamento lento o medio con canne del 7-8 se si pesca a due mani o del 9 per canne a una mano. Personalmente pesco con una canna switch di 11 piedi coda 7 con un sistema composto da shooting leader, header di tipo skagit e tip affondanti tipo 3 o 6 o T8 fino a T14. In aggiunta ho sempre con me una bobina con coda switch floating, non si sa mai. E’ un setup molto flessibile che mi permette di affrontare tutte le condizioni di pesca e mi semplifica molto la vita. Per gli streamer da utilizzare, fate voi, secondo me sono tutti validi, da quelli classici ai più moderni, l’importante è che vadano a sbattere sul muso dell’irascibile steelhead. In primavera uso per la maggior parte pattern di tipo intruder molto minimalisti di colore pink, in assoluto il colore che va sempre e, per completare la collezione primavera, combinazioni di purple e nero, nero e arancio, blu e nero.

Fatti:
Descrizione La steelhead è una trota iridea (Oncorhynchus mykiss) che vive da uno a cinque anni in acque dolci per poi migrare nel Pacifico nord orientale e nel golfo di Alaska per poi ritornare a deporre le uova in primavera nei fiumi di origine. Alcune steelhead possono ritornare più volte a deporre le uova. Possono vivere in mare fino a nove anni.
Dimensioni
Lunghezza 50-85 cm max 120cm
Peso 5–9 Kg max 21kg
Distribuzione L’esatta distribuzione è regolata dalle fredde temperature del Pacifico a nord del 15°C isoterma dalla California alla penisola dell’Alaska.
Risalite Ci sono due distinte risalite, quella estiva e quella invernale. La prima va da inizio primavera a tardo autunno dell’anno precedente la deposizione. Gli esemplari di questa risalita maturano sessualmente nei fiumi. La risalita invernale comincia a fine autunno e termina a metà primavera. Queste steelhead invece sono già mature quando arrivano nel fiume.

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YUKON – COMMENTI E RACCONTI DI VIAGGIO

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1) AUTORE – Giorgio Cavatorti – Yukon, a due passi dal nulla

La regione prende il nome dal fiume Yukon, che nella lingua del popolo Gwich’in significa “grande fiume”.

Whitehorse Situata al Miglio storico 918 dell’ Alaska Highway, Whitehorse è la classica postazione di frontiera, con poche attrazioni se non si è grandi amanti della natura; la frase scritta sulle indicazioni della città vi preparerà perfettamente a ciò che troverete appena arrivati: “Whitehorse, a due passi dal nulla”.

Lodge Le accomodation non sono molte, personalmente sconsiglio il campeggio fai da te, in quanto la zona ha una buona densità di orsi ma soprattutto di alci che spesso sono ancora più pericolose. Inoltre le temperature variano repentinamente con grosse escursioni termiche fra il giorno e la notte. Ad un paio d’ore da Whitehorse c’è il Dalton Trail Lodge, splendidamente organizzato con barche, guide e un book che spiega le numerose opportunità di pesca della zona. I titolari svizzeri sono presenti da maggio a settembre e spesso sono loro ad accompagnare a pesca i clienti del lodge. La struttura centrale è costruita nel modo topico “trapper dell’ovest” in tronchi di legno, poi ci sono una ventina di casette in riva ad un enorme lago.
Raramente ho trovato un lodge con così tante possibilità di pesca.

Pesca La stagione va da giugno alla fine di settembre con svariate possibilità di pesca: si va infatti dalla pesca negli erbai di grandi lucci a vista, alla cattura di trote e temoli nei torrenti fino alle grandi trote di lago Namaikush pescando a trolling, a mosca e a spinning. Verso la fine di agosto queste grosse trote si spostano pian piano verso i piccoli torrenti che portano acqua fredda nei laghi ed è possibile pescarle quasi in superficie. Per quanto riguarda la pesca a mosca si usano canne per code del 7,8 con code galleggianti o intermedie; le mosche da consigliare sono wolly bugger neri e verdi, ma può capitare di catturare ottimi esemplari a galla. Per lo spinning servono canne potenti e adatte a lanciare grossi rotanti. Queste trote si difendono in modo splendido puntando sul fondo, ma a volte si lanciano dritte verso la superficie, rendendo la loro cattura particolarmente divertente.
L’abbondanza di pesce in questa zona è dovuta in parte alla minima pressione di pesca e in parte al fatto che questi laghi sono quasi completamente ghiacciati da novembre a marzo; questo genera una finestra alimentare molto breve per cui i pesci ne approfittano.

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LAPPONIA SVEDESE – RACCONTI DI VIAGGIO

1) AUTORE – Emilio Arbizzi – Lappland Lodge, Lapponia svedese

3 mesi, 90 giorni di luce “all day long” sono già volati via !

Abbiamo appena concluso la nostra prima stagione, una lunghissima vacanza di pesca in Lapponia.

Vacanza perchè per noi vivere in questi ambienti è sempre una festa.

La giornata non è solo pesca ma è condividere con amici le emozioni che questi luoghi sanno regalarti: camminare nella foresta costeggiando un fiume, avventurarsi in un lago con il belly boat per insidiare un luccio tra i canneti dopo un lento e silenzioso avvicinamento…..ed avere la fortuna di scorgere nel fitto bosco un alce con i suoi piccoli.

Ampie strade che tagliano infinite foreste di conifere incrociano ogni tanto altre strade senza indicazioni, perlopiù sterrate, che porteranno forse ad un lago o magari in un isolato spot di un burrascoso torrente …..occorre il tempo di percorrerle, la voglia di inoltrarsi verso chissà dove, per arrivare chissà quando. A volte trovi quel che sognavi: un selvaggio lago su un’altura, un placido fiume senza tracce di presenza alcuna, la vera selvaggia e incontaminata Lapponia.

Le giornate si sono susseguite così, sempre uguali ma sempre diverse, lunghe ed emozionanti anche se il tempo, in questi mesi, non è stato propriamente estivo: a inizio stagione piogge abbondanti hanno condizionato i livelli limitando la pesca solo ad alcuni fiumi; nel Biske, però, non sono mancati salmoni freschi di risalita e in compenso, a fine stagione, abbiamo potuto pescare ovunque: il Pitealven era perfetto, il Parlalven pure, l’Abmo una meraviglia…ma quanto sono belli e combattivi questi temoli artici ? E che dire dei laghi ? Vedere l’attacco esplosivo di lucci da oltre un metro (112 cm se vogliamo essere precisi) è uno spettacolo grandioso.

Concludere le giornate con abbondanti pastasciutte, salumi e formaggi o con sfrigolanti grigliate accompagnate da calici di Prosecco o spumeggiante Lambrusco è quel che ci meritiamo dopo tante fatiche !!

Un regista direbbe ” buona la prima” … e così l’inverno servirà per scrivere il copione della seconda puntata.

 

2) AUTORE – Giorgio Cavatorti – Camp Tjuonajokk, Lapponia

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Tjuonajokk è probabilmente il lodge di pesca più famoso della Svezia. Si trova sul fiume Kaitum nella Lapponia svedese, tra Kiruna e Gällivare, a circa 120 chilometri a nord del circolo polare. Il mezzo più comodo per raggiungerlo è l’aereo e successivamente l’elicottero. L’aeroporto più vicino è quello di Kiruna, la città più a nord della Svezia. Arrivati in aeroporto un breve tragitto vi porta alla base di partenza degli elicotteri, da dove in 40 minuti sarete al Tjuonajokk.

Il lodge è vicino ad alcuni dei più rinomati luoghi di pesca della Lapponia e il modo più pratico per raggiungerli è noleggiare una barca al lodge o ingaggiare una delle guide professioniste del campo; questi giovani ragazzi, spesso studenti di ittiologia che si guadagnano qualche soldo nella stagione estiva, conoscono i posti più belli e, senza perdere tempo, vi porteranno dove ci sono i pesci. Normalmente si pesca da riva – la pesca dalla barca è consentita solo nei laghi.

Il camp Tjuonajokk è attrezzato con cabine in legno molto confortevoli per dormire e dove si può anche cucinare. Ovviamente c’è anche un ristorante dove si può gustare il buon cibo nordico: il salmone appena grigliato o il salmerino crudo speziato, la carne di renna arrostita oppure il piatto del giorno, il gallo cedrone. Il tutto accompagnato da birra o vino e da tante chiacchiere fino a notte fonda. Ma qui la notte è molto luminosa, avendo luce per 24 ore al giorno, quindi spesso si torna a pesca, anche solo per un paio d’ore, giusto il tempo di allamare 2 o 3 bei lucci dal pontile.

Andando verso monte, verso la famosa rapida tra i due laghi Kaitum inferiori, vi sono zone incantevoli; le montagne di Kårsatjåkkas e Livamtjåkkas arrivano fino al cielo e sull’altra sponda del fiume svettano le scogliere verticali di Tjuoltapakte. Un luogo meraviglioso, inoltre la consapevolezza dell’assoluta mancanza di abitanti in queste aree aumenta costantemente la voglia di risalire il fiume.

Nel camp naturalmente c’è anche una grande sauna giusto a due passi dal lago, con una vista unica sulle montagne al di là delle grandi finestre panoramiche. Anche l’acqua da bere non manca, essendo potabile tutta quella che c’è intorno, lago compreso. Un po’ strano per noi, ma perfettamente normale per questi luoghi.

La zona si presta anche per fare trekking, specialmente sulla cima del Tjuonatjokkah, dove si attraversano prati di montagna ricoperti di fiori di luparia, cardi alpini e liquirizia selvatica. Nella vallata c’è un piccolo corso d’acqua e ci si imbatte spesso nell’angelica, la pianta medicinale degli arcangeli. Qui potete vedere ciò che resta delle abitazioni Sami fatte di blocchi di torba. In alto, sulla nuda montagna, al di sopra del limite della vegetazione arborea, la lieve brezza caccia via le zanzare. Al di sotto di voi le montagne sono dipinte di blu e bianco lungo l’orizzonte. Prendetevi una pausa e lasciate che il rumore di un piccolo ruscello vi canti la ninna nanna mentre una renna cerca di sfuggire alla calura del giorno su una piccola chiazza di neve lì vicino.

Per quanto riguarda la pesca le tecniche variano, ma la pesca a mosca in questa zona è il top. Il temolo, la specie dominante, di solito viene pescato a secca. I pesci qui hanno una taglia importante, specialmente per la media Svedese, pesano in media 800 grammi circa, ma spesso si pescano anche esemplari che pesano il doppio, specialmente di notte. Normalmente in una giornata di pesca si catturano una quarantina di pesci interessanti, anche senza essere dei fenomeni del lancio.
Il temolo più grande catturato qui è di 2,7 chili. Ottima è anche la pesca alla trota, che nel Kaitum arrivano non raramente ai cinque chili. Qui le migliori chances sono a spinning, ma anche a mosca ne abbiamo catturate da un paio di kg.
Anche i salmerini sono presenti, ma nel periodo estivo in cui siamo andati erano probabilmente a profondità maggiori.
Per gli amanti del Luccio il Tjiunajokk è una meta splendida. Sia nei laghi formati dal questo grande fiume, sia nelle anse del fiume stesso vi sono centinaia di ottimi spot. L’assenza di una pesca pressante unita alla qualità di queste acque favorisce un accrescimento decisamente veloce e, sia a spinning che a mosca con grossi streamer, il divertimento è assicurato. Lucci over 10 kg. sono all’ordine del giorno, mi sembra di ricordare un record in questa zona di circa 20 kg.

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3) AUTORE – Emilio Arbizzi – Nel cuore della Lapponia svedese

L’aereo in avvicinamento all’aeroporto di Lulea sorvola a bassa quota una immensa foresta; poco più in là un lago e sulla sponda l’immancabile casetta in legno, dipinta di rosso, brilla al sole ancora alto della sera.

Durante la breve attesa dei bagagli incontriamo il ns. “gillie”che immediatamente ci aggiorna sulle condizioni dei fiumi: la molta neve caduta nella Tundra durante le interminabili notti invernali sta condizionando i livelli rendendo la pesca molto più difficile del previsto.
La notizia colpisce ma non demoralizza e nel percorrere il centinaio di km che ci separano dal lodge osserviamo scrupolosamente ogni corso d’acqua. Siamo nel cuore della Lapponia Svedese e raggiungiamo Vinsel, un piccolissimo paese che sorge sulla strada diretta a Napapijri, il Circolo Polare Artico. Ci fermiamo nei pressi di una tipica casetta in legno ad un solo piano, un ambiente semplice e familiare dove una gentilissima attempata Signora ci accoglie con una prelibata cena.
Fuori c’è ancora il sole mentre sorseggiamo il caffè in veranda e solo guardando l’orologio mi rendo conto che sono già le 23,30.

La abbondante colazione mattutina è il momento ideale per programmare la giornata: evidenziamo sulla cartina i percorsi più interessanti e gli accessi ai fiumi mentre facciamo tesoro di tutte le indicazioni circa le tecniche di pesca e sulle mosche più redditizie.
Prepariamo l’attrezzatura e partiamo verso la cittadina più vicina dove potremo ritirare il ns. permesso di pesca dal modestissimo costo di 25 euro settimanali.
Lungo la strada è d’obbligo la sosta sul Pite alle straordinarie Storforsen, le più grandi cascate d’Europa: uno spettacolo grandioso reso ancor più emozionante da una lunga passerella in legno che permette di camminare a fianco della cascate per tutta la loro corsa.

La frenesia di pescare non ci consente di rimanere troppo a lungo e, dopo aver scattato una decina di fotografie ci avviamo sull’Abmoalven, affluente dell’imponente Pite, un’ora di auto più a Nord.
Poche decine di km, spesso deserti, percorsi su questi rettilinei lunghissimi che tagliano foreste di conifere, si rivelano una breve passeggiata anche quando la strada asfaltata si trasforma in sterrato e dove gli incontri con branchi di renne ed altri animali è certamente più frequente che non con altri automezzi.
Raggiungiamo la pool del fiume ed in pochi minuti siamo pronti per aprire la “caccia al temolo”.
Il livello del fiume è abbastanza alto ma l’acqua è pulita nonostante il fondo scuro ne celi la trasparenza. Armiamo le canne e ci cospargiamo abbondantemente di antizanzara che in questi luoghi è fondamentale non dimenticare mai!
Camminiamo nella foresta a ridosso del fiume per qualche minuto incantati dalla bellezza di questo luogo selvaggio ed incontaminato: si “pesca a scendere” lasciando che la mosca venga naturalmente trasportata dalla corrente: canna da 9 piedi per coda 6 ed un finale da 3-3,5 mt e una parachute verde o una klinkhammer gialla ci consentono di catturare una ventina di temoli a testa, alcuni anche di notevole taglia.
Alle 11 di sera la luce è ancora abbastanza intensa ma la stanchezza si fa sentire e smettiamo di pescare. Siamo quasi arrivati all’auto pronti per rientrare quando incontriamo un pescatore locale, canna in mano e zaino in spalla, che ci saluta e si inoltra nel bosco: ci guardiamo increduli…………certamente sa qual è l’orario più idoneo per insidiare i temoli artici di grande taglia!

Il giorno successivo, dopo la solita breakfast- briefing, ci avviamo verso il Pitealven: è un fiume imponente ed incute una specie di timore reverenziale per la sua immensa portata d’acqua che si alterna tra lunghe piane e tratti con correnti vorticose e salti.

Mentre risaliamo quattro anatroccoli sguazzano in una piccola ansa a ridosso della riva erbosa: sembrano aver ingaggiato una sfida tra loro e ritmicamente si immergono per poi ricomparire dopo pochi secondi: mi soffermo a guardarli per un po’, divertito e sorpreso. Distrattamente inizio a pescare sondando l’acqua qua e là fino a quando un forte strattone mi fa ritrovare la concentrazione ed ingaggio una bella lotta con un temolo over-size che con una rapida virata, aiutato dalla poderosa pinna dorsale, si infila nella corrente e se ne va strappando il finale.
Passiamo la mattinata pescando sempre a risalire lanciando sempre nei sottoriva dove l’acqua è più calma e dove stazionano in caccia i pesci: catturiamo numerosi temoli dalla livrea molto scura e qualche panciuta trota.
Ci spostiamo poi nella parte alta del Varijan, fiume di ben più modeste dimensioni, che scorre in un ambiente selvaggio ed a tratti un po’ spettrale che ci impone di muoverci con circospezione prestando attenzione ad ogni rumore e ad ogni ombra.
Quando inizia a piovere, cambiamo di nuovo posto e proviamo nel Vitbacken: il fiume è bellissimo, e certamente con una ridottissima pressione di pesca ma il livello dell’acqua veramente troppo alto non ci permette di ottenere grandi soddisfazioni.

L’ultimo giorno di pesca è dedicato al Vindel, famoso ed importante fiume da temoli con qualche pool straordinaria e molto redditizia nei pressi del paesino di Sorsele. Avvicinandoci alla meta ci addentriamo in un paesaggio fiabesco: le classiche casette rosse, con le tendine di pizzo alle finestre, macchiano le sponde dei laghi, staccionate in legno scuro contrastano con il verde dei campi e un cielo azzurro finalmente privo di nuvole; la sommità degli alti pini ondeggia al leggero vento che rendendo viva questa straordinaria fotografia.
Le difficoltà maggiori nel Vindel sono date dalla quasi impossibilità di muoversi nel fiume e senza il bastone da guado sarebbe veramente pericoloso anche compiere un solo passo. Il rischio di cadere in acqua è molto elevato ma il gioco vale la candela perché qui di temoli ce ne sono veramente tanti, belli e combattivi.
Anche quando inizia a piovere forte poi fortissimo e peschiamo “sotto” con una ninfa leggera sul tip ed una più grossa e pesante legata al bracciolo, il ritmo delle catture non diminuisce e spesso capita di agganciare due pesci nello stesso momento. In questi non rari momenti riuscire a salpare i pesci è una questione di resistenza: allamare contemporaneamente due temoli da 40 e passa centimetri e contrastarli nella corrente diventa una lotta con avversari a volte invincibili.
Un piccolo riparo in tronchi attrezzato con panche e legna da ardere fa da rifugio nella pausa dell’ultimo pranzo sul fiume prima di intraprendere la strada del ritorno.

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MALDIVE – COMMENTI E RACCONTI DI VIAGGIO

1) AUTORE – Emilio Arbizzi – “COME BACK” ADVENTURE

Il solo fatto di abbandonare il cupo cielo invernale, addormentarsi durante un comodo volo Emirates per svegliarsi di prima mattina al sole e con la brezza del mare, è già un bel modo di iniziare un viaggio. Se poi dopo poco meno di un’ora sei in navigazione verso gli atolli Maldiviani del Sud a bordo di un magnifico yacht di 34 metri, allora capisci che probabilmente ti aspetta una vacanza di quelle che non si dimenticano.
Sarà cosi.
Dedichiamo il minimo tempo necessario alla sistemazione dei bagagli nelle cabine, non si può certo rimanere sotto coperta mentre ci lasciamo Male alle spalle. Seduti a prua sorseggiamo una abbondante tazza di caffè americano e scattiamo  le prime fotografie rapiti dai colori di un mare che pare finto.
Le prime ore di vacanza scorrono veloci, fantasticando sulle flat che attraverseremo nei prossimi giorni, sui pesci che vedremo o crederemo di aver visto. Le signore, già opportunamente coperte di crema solare, hanno preso immediatamente possesso dei lettini sul ponte superiore, a poppa, dove un venticello rinfrescante rende piacevole quella che altrimenti sarebbe l’impossibile esposizione al sole dell’Oceano Indiano.
Nel tardo pomeriggio, dopo aver navigato poche ore, il Capitano del Conte Max spegne i motori. Lo scafo scivola accompagnato dallo sciabordio di piccole onde ancora per qualche centinaio di metri prima che l’equipaggio getti l’ancora proprio a ridosso di una lingua di sabbia che la bassa marea ha lasciato completamente scoperta.

Le canne sono già pronte, le avevamo montate e già regolato le frizioni dei robusti  mulinelli prima ancora di sistemare le nostre cose in cabina. Il nostro bagaglio  è composto da pochissimi indumenti, i 20 kg consentiti sui voli intercontinentali sono tutti destinati alle attrezzature, ad infinite scatole di mosche, code, mulinelli, canne 9 piedi per coda 10 e 12 e robusti tippets. Ben, la nostra espertissima guida, impartisce le ultime necessarie raccomandazioni prima di scendere a terra; per  alcuni è la prima esperienza in mare e si rivela da subito tutt’altro che semplice. Occorre lanciare lontano e strippare a due mani con grande rapidità raccogliendo la coda nel basket, poi ricominciare di nuovo. La vera pesca però non è questa, ma quella del giorno dopo e quella dei giorni successivi ancora; diciamo che il primo approccio con il mare è stato una “palestra”, un allenamento per le sfide che ci aspettano.
Mentre il sole va a dormire risaliamo in barca,  ceniamo e, felicemente stanchi, crolliamo tra le braccia di Morfeo.

Viene giorno presto, colazione alle 6,30 e pronti alle 7. Ben è sempre il primo e, nonostante conosca le Maldive come le sue tasche, non perde mai il desiderio  di pescare e racconta con passione di precedenti battute ai combattivi GT e a velocissimi trigger.  Con il suo entusiasmo contagioso ci spiega dove guardare per individuare un pesce, come muoversi nelle flat, come lanciare, strippare, rallentare, fermarsi e ricominciare più veloci.
Il riflesso sull’acqua è molto intenso e non è facile riconoscere i pesci, le prime volte un bagliore o una pietra sul fondo traggono in inganno ed occorrono un paio di giorni per avere un minimo di dimestichezza. L’aiuto di una guida è indispensabile, così come è fondamentale conoscere le maree e le fasi della luna che ne determinano gli scostamenti. Camminiamo lentamente disposti a ventaglio su una lingua di sabbia dorata, un’ombra scura fluttua lentamente a 20 metri ed il più veloce di noi rapidamente svolge la coda e lancia perfettamente appena dietro. Basta un attimo per sentire un urlo di gioia e vedere la coda tendersi e tagliare l’acqua: dietro la razza c’è sempre un GT!!
La lotta dura una decina di minuti, è incredibile pensare alla forza di questo pesce che, indomito, alterna fughe e repentini cambiamenti di direzione mettendo sempre a rischio la rottura del finale. Assistiamo in attesa di scattare le foto che saranno la prova inconfutabile che, chi per primo cattura, dovrà offrire da bere a tutta la compagnia.
Ogni giornata è uguale ma incredibilmente diversa: la conformazione delle flat, micro isolette di sabbia che compaiono e scompaiono con l’arrivo della marea, la barriera corallina all’orizzonte verso il quale lentamente camminiamo con il radar negli occhi in attesa di intravedere un guizzo, un’ombra , una pinna………eccola, è là a una ventina di metri sulla tua destra!!
Ti blocchi, si ferma il mare, il vento , il cuore, in quel momento non c’è tempo per pensare e hai una sola possibilità, ti giochi tutto in un solo lancio: o sei bravo o ricominci la ricerca pregando nella prossima chance.
A ridosso della barriera corallina la musica cambia, qui la calma della flat è un ricordo, il mare da pacato diventa quasi burrascoso e stare in equilibrio di fronte alle onde che si susseguono senza sosta non è semplice. Ben ci indica le postazioni migliori, troviamo un po’ di stabilità su alcuni massi sommersi e, abbandonata la canna 9′ # 10 impugniamo la #12, già armata e saldamente fissata allo zaino. Ora dobbiamo scatenare l’istinto predatorio dei GT lanciando sull’onda e, poco prima che con il suo impeto si infranga, strippare molto rapidamente con due mani. Non è facile ma ogni volta è una scarica di adrenalina, il pesce velocissimo compare improvvisamente e, come un surfista Hawaiano, pare farsi spingere dall’onda all’inseguimento dell’artificiale. Immagini da pelle d’oca.

La sera, a bordo del Conte Max, è sempre festa. Dopo i tuffi, gli scherzi, gli aperitivi e abbondanti e curate cene prepariamo l’uscita del giorno successivo, controlliamo gli orari delle maree e fissiamo l’uscita. Le nostre graziosissime compagne di viaggio, spesso mattiniere come noi, aspetteranno qualche ora in più per lo snorkeling e per la passeggiata su un’isola deserta, e anche loro, in  una  giornata di sole apparentemente come tutte le altre, vivranno momenti incancellabili.

Noi, pur continuando a camminare e pescare per molte ore consecutive, non sentiamo la fatica, nonostante il sole e una condizione termica che tentiamo di abbassare, di tanto in tanto, immergendoci fino al cappello.

Ogni bel viaggio, purtroppo, finisce troppo presto, rimangono solo poche ore, l’ultimo giorno, gli ultimi lanci. Arriviamo sulla flat dopo circa un’ora di navigazione, la marea è quasi nel suo punto più basso, ci dividiamo qua e là, lo spazio è infinito, diversi km da percorrere in lungo e in largo, fin dove c’è la barriera, quasi all’orizzonte.
Cerchiamo i trigger, ma anche i GT, ma anche i Blue Finn trevally…….ci sono anche gli squali, uno spettacolo! Passeggio con l’acqua alle ginocchia, lentamente, come mi hanno insegnato, scruto attentamente l’acqua fissando lo sguardo su ogni piccolo riflesso, ogni ombra, ogni accenno di movimento: davanti a me un GT, grande, forse…
Lancio sicuro e in un attimo una botta tremenda mi piega la canna mentre metri di coda si sfilano dalle mani, 5 secondi, forse 7 o 8 non di più, mi pare di aver attaccato un motoscafo tanto è veloce, poi un colpo secco, un rumore sordo, la coda ora è penzoloni, lascio cadere la canna in acqua e lancio un urlo di rabbia  o probabilmente  in segno di riverenza a chi è stato più bravo, svelto e forte di me e comunque superbo padrone di questo incantevole habitat.

Chiamano il Giant trevally il pesce “come back”, catturarlo procura emozioni talmente vibranti  che ti impongono di tornare, se lo perdi provoca un turbamento tale che non vedi l’ora di riprovarci.

Polonia, Fiume San – RACCONTI DI VIAGGIO

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1) AUTORE – Giorgio

La località in Europa che tutti i pescatori dovrebbero vedere e sperimentare almeno una volta è il fiume San nel sud-est della Polonia. Si tratta fondamentalmente di condividere un’esperienza con anime affini e di diffondere aspetti di salvaguardia del territorio all’interno della comunità europea della pesca a mosca. Stiamo organizzando alcuni gruppi di pescatori per vedere coi propri occhi la diversità delle specie che vivono in quest’area splendida e incontaminata. Il San è uno dei pochi fiumi in Europa ottimo per la pesca di trote fario selvagge, huco e temoli che vivono in diversi habitat in un fiume di grande portata.

Qualche cenno al contesto storico e geografico: la riva orientale del San ha costituito una sezione significativa della famigerata Linea Molotov-Ribbontrop, il fronte orientale del 1942, prima di essere oltrepassata dai Tedeschi nella loro feroce avanzata. Qua e là spesso troviamo ancora i bunker in cemento e le trappole per carri armati, ora ricoperte dalla vegetazione della foresta. Oggi costituisce la regione di frontiera tra l’Ucraina e la Polonia e quasi l’intero bacino idrico è un parco naturale. In Polonia questo parco è noto come Bieczszady ed è un’enorme area forestale situata tra la collina pedemontana della catena montuosa dei Carpazi e il bacino del fiume San. Ecologicamente parlando, la regione non ha eguali, visto che consiste in buona parte in un’antica foresta a foglia larga, che nel bacino del fiume lascia spazio in parte a magnifici campi di fieno, in grado di rivaleggiare con quelli delle Alpi slovene.

La fauna è stupefacente, include il castoro, gli enormi orsi bruni europei, un grosso numero di lupi che vagabondano per la regione di frontiera e l’ultima mandria di bisonti selvatici sopravvissuta in questo continente. Nello stesso parco ci sono ancora le linci, anche se io non mi sono mai imbattuto in quest’animale estremamente raro.

Il sostrato roccioso del bacino del San è costituito da ardesia, ma ci dev’essere del calcare nel bacino idrico, perché l’acqua è leggermente alcalina (ci sono pochi boschi di conifere in zona) e supporta così una vasta abbondanza e diversità di invertebrati di cui si cibano la trota e il temolo. In particolare le efemeridi e le caddis sono semplicemente straordinarie. Queste ultime sono ciò per cui forse è più noto il San. I tipi di ninfe e di crostacei sono dunque abbondanti e i gamberetti gammarus formano talvolta coltri arancioni spesse 15cm su vaste aree di sponde durante la loro migrazione a monte all’inizio dell’estate. In questi periodi di eccesso di cibo i pesci possono essere piuttosto difficili! Sono comunque le olearie dalle ali blu dei mesi estivi e autunnali le più spettacolari di tutte, con eccezionali schiuse che assomigliano a bufere di neve, di un’intensità che non si trova in nessun altro posto in Europa, e cibo principale per i pesci che si nutrono in superficie. Il San è un vivaio di trote eccezionali, ma è per i temoli che è leggendario. Non c’è davvero nessun posto in Europa (o Scandinavia) con temoli che eguaglino i suoi, considerando i numeri e l’accessibilità di questi esemplari davvero grossi. Si dice che ci siano 10.000 temoli al chilometro nel fiume San (circa 30 chilometri), e ci sono oltre cento chilometri di tratti di fiume ben popolato da queste specie. A ciò si aggiungono le trote, gli huco e anche pesci meno ricercati, in un fiume vario e con numerosi affluenti (molti dei quali contengono temoli), immerso in una bellissima campagna, un paradiso per la pesca a mosca.

Così è il San: si guada nell’immensità del fiume. L’aria è immobile e la superficie è calma, a eccezione delle bolle che formano le trote e i temoli in risalita. Anche se questo è un grande fiume per la pesca con le ninfe, la maggior parte dei pescatori vi giunge per pescare con la mosca secca. I visitatori sono sempre sorpresi dall’efficacia e dalla delicatezza delle mosche CdC con una singola piuma, presentate su una canna coda 4, con la quale prendiamo la maggioranza dei pesci. L’agricoltura qui praticata si può considerare sostenibile, ed è questo che consente al paesaggio e alle specie ospitate di sopravvivere. Questa regione ci dimostra che è possibile praticare un’agricoltura sostenibile, compresa la silvicoltura, e al contempo avere un ambiente sano affinché tutti ne traggano beneficio, comprese le creature selvagge che condividono questo spazio con noi.

Vi invito dunque sul fiume San River a sperimentare la miglior pesca alle trote di fiume, agli huco e ai temoli; venite a vedere un fiume non deturpato dall’agricoltura e a comprendere quanto gli ecosistemi dei fiumi siano sensibili anche ai piccoli cambiamenti. Il lodge di pesca in cui abbiamo soggiornato si trova giusto a ridosso della sponda del fiume. Il fiume San è probabilmente l’ultimo paradiso della pesca a mosca secca in Europa.

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Norvegia – RACCONTI DI VIAGGIO

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1) AUTORE – Giorgio – Intervista a Enrico Cristiani

Recentemente ho pescato in un fiume che mi ha catapultato dentro un libro di pesca di inizio secolo; qui ogni sasso ha una storia e ogni albero può raccontare di grandi salmoni atlantici catturati, di mosche fullydressed fuggite dalla bocca di enormi pesci, qui all’inizio di ogni giornata di pesca si ringrazia Dio per avere avuto la possibilità e l’onore di pescare in questo fiume: il Gaula in Norvegia. Questo non è un fiume da grandi numeri, chi pesca nel Gaula ci va per il pesce della vita. L’amico Enrico Cristiani, italiano di madre scandinava, è tra i titolari di un tratto importante di questo fiume, circa 12 km. Da sempre attratto dai paesaggi scandinavi e pescatore a mosca dall’età di 13 anni, Enrico vive 4 mesi all’anno in Norvegia  ed il resto dell’anno in Toscana. Il suo lavoro è quello di gestire ed organizzare le settimane della NFC, promuovere la fishery in giro per il mondo e passare le giornate estive con i clienti in questo angolo di paradiso. L’organizzazione del Norwegian Flyfishers Club è impeccabile, il main lodge meraviglioso e le guide molto professionali. Appena arrivati si viene dotati di un GPS con tutte le indicazioni per accedere alle varie pools. La rotazione ogni 6 ore delle zone di pesca è organizzata in modo che nell’arco della settimana si peschi in tutte le acque private del Norwegian Flyfisher Club. 

  • Allora Enrico raccontaci quando è nata la tua passione per la pesca al Salmone.

Domanda facile, il primo viaggio in Svezia a pesca è stato a 14 anni, vidi dei pescatori locali che presero un salmone meraviglioso e la vista di questo pesce splendido mi fulminò. Fu il mio primo incontro con il salmone atlantico. A 18 anni, un mese dopo aver preso la patente, chiesi l’auto a mio padre per andare in Scandinavia a pesca di  salmoni.

  • Questa grande passione ti ha portato ad essere tra i titolari del fiume più famoso della Norvegia.

Venni a pesca qui la prima volta nel 2002 e poi ci tornai per vari anni. Rimasi affascinato dalla bellezza del fiume, soprattutto perché è perfetto per la pesca a mosca. Le sue pool meravigliose sembravano fatte apposta per questa tecnica. Dopo qualche anno di pesca dissi al vecchio proprietario che mi piaceva il suo lavoro e che un giorno avrei fatto lo stesso mestiere. In seguito, pescando sul fiume conobbi il mio futuro socio in questa avventura.

  • Come viene gestita la pesca nella vostra fishery?

Con un sistema classico di rotazione ogni 6 ore nelle varie pools, sistema che dà pari opportunità di pescare a tutti gli ospiti della riserva. C’è anche la possibilità di avere una guida per essere accompagnati. La media delle catture lo scorso anno è stata di 6 kg.

  • Questo fiume ha una storicità importante, era famoso già alla metà dell’800 per le catture di taglia, credi che si riuscirà a mantenere questa qualità in futuro?

Stiamo lavorando su diversi progetti per la salvaguardia del salmone, la diffusione del catch and release e la riduzione delle catture con reti alla foce del fiume. Stiamo anche facendo un’interessante promozione in collaborazione con la ditta Patagonia e siamo in coomarketing per una campagna di informazione sulla promozione del no-kill. Alla fine dell’anno nel nostro lodge ci sarà anche un sorteggio tra i nostri clienti che verranno premiati con prodotti Patagonia.

  • Ho visto alcune casette splendide che affittate agli ospiti del vostro tratto di Gaula.

Sì, ne abbiamo moltissime sparse lungo le rive del fiume;  vengono affittate dai nostri ospiti della riserva e sono tipicamente norvegesi.

  • So che più di qualche personaggio famoso ha pescato nel Gaula e che organizzate degli stage per canne a due mani.

Organizziamo ogni anno una settimana di corsi per canna a due mani con la brava guida canadese April Vokey e l’ultima settimana di agosto con Michel Frodin.

  • Progetti e miglioramenti nella gestione della fishery?

Da quest’anno abbiamo un lodge/centro operativo con ristorante, bar e un flyshop ben fornito.  A settembre inizieremo la costruzione di un secondo lodge che avrà 14 stanze proprio sulla riva del Gaula.

Ciao Enrico, e speriamo di rivederci presto……..sul Gaula!

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Kamchatka – COMMENTI E RACCONTI DI VIAGGIO

1) AUTORE – Giorgio Cavatorti – Kamchatka

Credo che il sogno di tutti i pescatori a mosca sia quello di pescare in fiumi dove nessuno prima abbia mai lanciato una mosca….. forse alcuni tratti dell’Icha river in Kamchatka corrispondono pienamente a questo sogno.

Il viaggio dall’Italia è estremamente lungo e faticoso e dura circa 2 giorni pieni; ore infinite di aereo e aeroporti, trasferimenti con mezzi militari e fuoristrada per poi finalmente vedere uno splendido fiume e per sentirsi dire che il lodge è circa 50 km di gommone a valle…… questo è l’Icha river, nel nord ovest della penisola della Kamchatka.

La cosa miracolosa è che appena ci si mette i wader e si fa il primo lancio tutto questo si dimentica immediatamente e si entra in una sorta di trans che dura una settimana.

Per pescare nell’Icha ci si deve portare una canna da skagit di 13 piedi perche ci sono molti salmoni di parecchie specie del pacifico, ma anche una 9 per la 5 per pescare le trote, oppure una coda del 7 per pescare a galla con i gurgle i grossi salmerini white spotted (kundka) che oltre ad avere un comportamento bizzarro mangiamo sulla superficie.

Fortunatamente qui le cose non sono cambiate di molto dall’ultimo viaggio, e credo proprio che sarà cosi per molto tempo. Anche le guide sono sempre le stesse; immagino la difficoltà dell’organizzazione di sostituirle, mesi lontano da tutto e da tutti dove gli orsi sono le uniche facce nuove che giornalmente ti fanno visita. Le guide sono tutte ragazzi giovani, ragazzi che hanno bisogno di uno stipendio ma che impiegano un pò di tempo a capire che c’è gente che è disposta a fare il giro del Mondo per catturare pesci per poi rilasciarli, sempre disponibili ed affidabili, che fanno il loro lavoro professionalmente e cercano di instaurare un buon rapporto da subito, chiarendoti immediatamente quali sono le regole principali di sicurezza appena arrivi, visto che il primo centro di pronto soccorso è a 1 giorno intero di fuoristrada.

Credo che alcune zone della Russia siano le ultime frontiere della pesca a mosca, e la Kamchatka, con i suoi numerosi fiumi ancora da scoprire, sicuramente un paradiso per la pesca a mosca. Occorre un pò di spirito di adattamento ma si sa che nel momento in cui arrivano l’asfalto e le comodità, stranamente calano poi i pesci nel fiume……

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2) AUTORE – Giorgio

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’apertura di un nuovo lodge di pesca in una zona  non ancora battuta desta sempre una certa curiosità, e difficilmente si resiste alla tentazione di essere fra i primi a pescare in luoghi incontanimati.

La Kamchatka è probabilmente più nota per essere una delle regioni del gioco Risiko!, ma è anche un posto reale: è una penisola grande come l’Italia ma abitata da appena 300 mila persone.

Si trova nell’estremo oriente della Russia, di fronte all’Alaska, è lunga più di 1.200 chilometri e larga 500 nel suo punto di massima estensione. Ad est si affaccia sull’Oceano Pacifico mentre a ovest si trova il mare di Ochotsk. La vallata centrale e lo splendido fiume kamchatka sono fiancheggiati da ampi massicci vulcanici, composti da oltre 160 vulcani, 29 dei quali ancora attivi; l’ossatura della penisola è rappresentata dalla Catena Centrale, culminante nella Kljucevskaja Sopka (4.750 m). La zona vulcanica e il relativo parco naturale sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1996. La zona in cui abbiamo pescato è all’interno di questo parco naturale, con tanto di sbarra e guardia all’entrata.  Per entrare occorrono i documenti necessari.

Nonostante la penisola si trovi alla latitudine della Gran Bretagna, i freddi venti artici provenienti dalla Siberia, combinati alla fredda corrente marina Oya-Shio, fanno sì che la penisola sia coperta di neve da ottobre a maggio avanzato. Un clima abbastanza freddo, anche se mediamente in agosto il clima può essere piovoso ma difficilmente freddissimo. Questo è infatti il mese che mi sento di consigliare, sia per la maggior concentrazione di pesci nei fiumi, sia per il clima discreto e, soprattutto, per la fine della stagione delle zanzare! Con una popolazione in costante calo da vent’anni, il governo locale sta cercando in ogni modo di attirare investimenti e punta ad incrementare il turismo dagli attuali 40 mila a 300 mila visitatori l’anno. Il settore del turismo stenta però a decollare, e il governo sta anche cercando di sfruttare le risorse naturali della penisola. Il sottosuolo della Kamchatka è ricco di oro.  Al largo delle sue coste ci sono giacimenti di gas e in molti ritengono che da qualche parte si possa trovare anche il petrolio. Due miniere d’oro sono già operative e si prevede l’apertura di altre dieci miniere nei prossimi anni, mentre ci sono già diverse piattaforme offshore per l’estrazione del gas. La strada che abbiamo usato per arrivare al fiume in cui abbiamo pescato è stata costruita da pochissimo per accedere ad una di queste  miniere  d’oro; in altro modo sarebbe stato impossibile arrivare a questo fiume, che si trova a più di 300 km di strada sterrata dalla capitale st Pietropaolo. Oltre questa strada sterrata occorre poi un trasferimento su mezzi a 8 ruote motrici per qualche kilometro fino ad arrivare al fiume.  A questo le guide ci stavano aspettando per discendere il fiume una ventina di kilometri fino a dove è situato il  lodge. La pesca in questa regione della Kamchatka offre moltissime opportunità; si va dalle 6 specie  di salmone del Pacifico, inclusa la steelhead in ottobre, a grosse raimbow, dolly warden, salmerini artici e salmerini Kundka, un pesce splendido che raggiunge tranquillamente il metro di lunghezza, lontano parente del salmone del Danubio e del Taimen, e che si pesca a secca con l’utilizzo di grossi gurgle.  Il viaggio è lungo, occorrono infatti circa 10 ore di volo da Mosca e il trasferimento va ben organizzato, ma sicuramente ne vale la pena. Le caratteristiche dei fiumi della Kamchatka, non troppo impetuosi ma con una buona  portata d’acqua, fanno sì che siano perfetti per la pesca a mosca. Il lodge in cui abbiamo pescato è stato inaugurato l’anno scorso ed opera in uno splendido fiume di cui ha 50 km di acqua privata in concessione.  Barche jet boat nuove e guide professionali fanno sì che l’esperienza in questa location sia tra le migliori che abbia mai visitato. Le zone di pesca vanno spesso divise con grossi orsi locali; vanno quindi rispettate le norme di sicurezza che le guide locali vi spiegheranno bene prima di pescare, onde evitare di litigarvi un pesce con un grizzly affamato.

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Isole Faroer – Commenti e racconti di viaggio

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1) AUTORE – Giorgio Cavatorti

La pesca è ovviamente ottima per il merluzzo, e credo che dedicarvi almeno una giornata sia d’obbligo, se non altro per mettere in frigorifero questi pesci buonissimi da cucinare in vari modi. Per quanto riguarda la pesca d’acqua dolce ci sono numerosi laghi, alcuni dei quali abbastanza profondi, che offrono splendidi scenari. In questi laghi ho catturato trote fario di 2 ceppi diversi di qualità eccezionale. Nei laghi più profondi non è difficile incappare in qualche trota di buona taglia. Vi sono inoltre alcuni fiumi da salmone che però nel periodo della mia visita, metà giugno, non erano meta di risalita, anche se ne ho scorto qualcuno in qualche buca. Un’altra buona possibilità di pesca è per la trota di mare all’inizio della stagione; probabilmente in aprile-maggio, costeggiando queste splendide spiagge, non mancherà qualche buon incontro.

L’accoglienza di questa popolazione è meravigliosa e sull’isola di Sandoy credo di avere mangiato il pane più buono della mia vita. Sicuramente le Faroer sono una nuova meta da scoprire, una destinazione non ancora battuta, dove pescare tutto il giorno senza incontrare anima viva non è un caso ma la normalità. Per i bambini è sicuramente un luogo perfetto: la quasi assenza di autovetture fa sì che ci si senta sempre tranquilli a lasciare i figli a spasso per il paese.

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