Gli ultimi Reports di viaggi

 

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Quando ho iniziato a pescare a mosca,  una trentina di anni fa,  S.V.A.  era sinonimo di esclusività, ottima gestione, ma soprattutto di pesci grossi. Da quel giorno non è cambiato quasi nulla, fatta eccezione per l’accesso a questa riserva, che ora è consentito a qualche ospite in alcuni mesi estivi. Della storia antichissima di questa riserva abbiamo parlato qualche numero fa. Oggi è gestita in modo impeccabile dai soci ed è composta da un grande ecosistema di acque. La riserva S.V.A. comprende 32 km di torrenti e due meravigliosi laghi (Baccio e Santo). La passione, unita ad una grande esperienza,ha sviluppato un impianto ittiogenico all’avanguardia, dove nascono e maturano esemplari di Fario con tutti i requisiti richiesti per il ripopolamento delle acque.

Questi laghi e fiumi sono all’interno del parco del Frignano, una vasta area protetta a ridosso del crinale tosco-emiliano, che ricopre una superficie di 15350,39 ettari, di cui 9000 di parco e 6000 di pre-parco e interessa sette Comuni della Provincia modenese.Qui si raggiungono i 2165 metri del Monte Cimone, e al suo internovi sono dieci laghi e cinque corsi d’acqua principali. L’appellativo “Frignano” è fatto risalire agli antichi abitanti della zona, i Liguri Friniates che, a causa della conquista romana nel II secolo a.C. , si erano rifugiati tra le montagne modenesi. Il Parco del Frignano, gestito da un consorzio appositamente costituito, è disciplinato da una normativa volta a tutelare la biodiversità e il patrimonio naturalistico, favorendo al contempo la cooperazione istituzionale per la sostenibilità ambientale.L’area protetta del Frignano si trova al centro di una regione che vede a sud il Parco dell’Orecchiella, a ovest il Parco del Gigante e a est il Parco di Corno alle Scale, rendendo questa zona un luogo ideale per la conservazione di specie floro – faunistiche in via d’estinzione e per la riproduzione di esemplari rari.L’estensione del parco garantisce un’ampia varietà di specie animali, infatti, trovano qui un perfetto habitat i più rari come il lupo, l’aquila reale, il gufo e la marmotta e i più diffusi come il capriolo, la volpe e il cinghiale. Anche la vegetazione, secondo le altitudini, è molto diversa grazie all’alternarsi delle numerose variazioni geoclimatiche avvenute nel corso del tempo.Il parco è uno scrigno che racchiude in sé piccoli tesori, come gli abeti rossi presenti vicino ai laghi, altrettanto preziosi,  che hanno bisogno di essere preservati con cura per la loro indiscutibile bellezza naturale e per il loro ruolo fondamentale di testimoni del passato.Il parco non è solo natura, ma anche storia e architettura, ben rappresentate dal borgo medievale di Fiumalbo, il cui nome, “Flumen Album”, deriva probabilmente dalle spumeggianti acque che lo circondano e dal caratteristico paese di  Pievepelago, posto sulle rive del torrente Scoltenna, al centro della valle del Pelago, proprio sul confine tre Emilia e Toscana, nei pressi del Monte Giovo e del Monte Rondinaio.Il territorio circostante, intervallato da splendidi laghi, si presenta ricco di boschi di castagni, faggi e conifere, percorsi da numerosi sentieri. Durante la seconda guerra mondiale il paese si trovò sulla Linea Gotica, al centro di una zona oggetto della lotta di Resistenza, qui infatti trovarono rifugio molti alleati, soprattutto sulle rive dei laghi, dove in epoca moderna sono stati ritrovati reperti risalenti alla guerra, sprofondati sui fondali.Va sottolineato anche che il comprensorio della S.V.A. ha da sempre aiutato le zone limitrofe, sono infatti state catturate negli anni grosse trote anche nella parte di fiumi sotto la riserva, è il caso del torrente Scoltenna e del rio delle Pozze. Questo a sottolineare il fatto che zone ben gestite spesso aiutano tratti di fiumi limitrofi con gestioni scadenti. La pesca va indicativamente da maggio a ottobre e se siete alla ricerca di pesce di qualità e avete voglia di immergervi al 100% nella natura questa riserva di pesca fa sicuramente  per voi.

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Canada, Ottobre 2016

Giorgio

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British Columbia

Da sempre la regione del British Columbia in Canada, e in special modo il bacino del fiume Skeena con i suoi affluenti, sono meta di pescatori alla ricerca di un incontro con le grosse steelhead che popolano la zona. Lodge, guide e strutture per ospitare pescatori che arrivano da tutto il mondo sono in costante crescita e, nonostante mi sia recato spesso in questi luoghi, per la vastità del territorio ed il grande numero di torrenti, laghi e fiumi, sembra di visitare ogni volta un posto nuovo. Insieme all’entusiasmo di scoprire nuove pool si è unita anche la curiosità di sapere chi furono i primi pescatori-esploratori che si avventurarono verso nord alla ricerca di questo affascinante pesce. Uno di questi fu sicuramente il reverendo Daniel M. Gordon, che trovandosi in una spedizione per conto del CPR ( Canadian Pacific Railway) a nord di Vancouver, fu uno dei primi a menzionare la pesca a mosca negli affluenti dello Skeena. Il suo libro del 1880, Mountain and Prairie: A Journey from Victoria to Winnipeg Via the Peace River Pass è una descrizione dei suoi viaggi. Anche J. Turner-Turner, alla fine dell’Ottocento, risalì lo Skeena attraversando il Babine Lake e addentrandosi nel bacino idrografico del Fraser e narrò le sue avventure in Three Year’s Hunting and Trapping in America and the Great North-West. La compagnia di Turner-Turner impiegò buona parte del mese di settembre per farsi strada dalla colonia di Metlakatla sull’oceano fino alle Forks di Old Hazelton, risalendo lo Skeena. Turner-Turner intendeva svernare a Kispiox, ma i nativi, temendo che fosse un agrimensore che voleva impossessarsi della loro terra, non glielo permisero. Ritornò alle Forks e costruì una capanna sul promontorio delimitato dai fiumi Skeena e Bulkley, che diventò la sua dimora finché non proseguì il viaggio nel giugno seguente. Nel mese di settembre, risalendo lo Skeena, notò l’abbondanza di salmoni e si cimentò nella pesca al cucchiaio e a mosca, ma non riuscì a catturare nulla. Non prese nessun salmone, ma descrisse un pesce da lui menzionato come grossa trota; fu tra i primi a parlare di Steelhead. Le catture record di Steelhead sul Kispiox, nei primi anni Cinquanta, attirarono l’attenzione verso quest’area e i pescatori a mosca che stavano sotto il 49° parallelo affluirono in massa verso i fiumi Kispiox, Morice e Bulkley. Le prime tecniche di pesca a mosca alla steelhead si basavano perlopiù su tecniche britanniche di pesca al salmone atlantico portate nella Columbia Britannica da uomini come il generale Noel Money, Roderick Haig-Brown e Tommy Brayshaw. L’afflusso di Americani nell’area dello Skeena negli anni Cinquanta e Sessanta ebbe una profonda influenza sulla pesca a mosca in quelle zone. La pesca era dominata da canne corte e mosche di origine americana. I Membri del Totem Flyfishers di Vancouver e Haig-Brown Flyfishers di Victoria reintrodussero le canne a doppia impugnatura e lo Speycasting. I primi fiumi in cui si assistette a queste tecniche furono, negli anni Ottanta, il Dean e il Thompson e in seguito le canne da mosca a due mani divennero popolari in tutta la comunità dei pescatori a mosca fino allo Stato di Washington. Oggigiorno è tutto più facile, canne e code skagit fanno “entrare in pesca” in pochissimo tempo, così come le mosche intruder e lech. I numeri delle catture sono molto cresciuti rispetto a una quindicina di anni fa grazie ad una politica del nokill e a queste nuove tecniche di pesca. Pensiamo però a quando si entrava in acqua con una 18 piedi in greenheart e con una coda in seta, quando gli stivali erano in tela cerata e le mosche avevano l’occhiello in gut, a quando non esistevano guide di pesca super informate, ma si andava in esplorazione facendo ore di cammino tra gli orsi senza mappe adeguate…..decisamente meglio oggi.

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Maldive

AUTORE – Emilio Arbizzi

“COME BACK” ADVENTURE

Il solo fatto di abbandonare il cupo cielo invernale, addormentarsi durante un comodo volo Emirates per svegliarsi di prima mattina al sole e con la brezza del mare, è già un bel modo di iniziare un viaggio. Se poi dopo poco meno di un’ora sei in navigazione verso gli atolli Maldiviani del Sud a bordo di un magnifico yacht di 34 metri, allora capisci che probabilmente ti aspetta una vacanza di quelle che non si dimenticano.
Sarà cosi.
Dedichiamo il minimo tempo necessario alla sistemazione dei bagagli nelle cabine, non si può certo rimanere sotto coperta mentre ci lasciamo Male alle spalle. Seduti a prua sorseggiamo una abbondante tazza di caffè americano e scattiamo  le prime fotografie rapiti dai colori di un mare che pare finto.
Le prime ore di vacanza scorrono veloci, fantasticando sulle flat che attraverseremo nei prossimi giorni, sui pesci che vedremo o crederemo di aver visto. Le signore, già opportunamente coperte di crema solare, hanno preso immediatamente possesso dei lettini sul ponte superiore, a poppa, dove un venticello rinfrescante rende piacevole quella che altrimenti sarebbe l’impossibile esposizione al sole dell’Oceano Indiano.
Nel tardo pomeriggio, dopo aver navigato poche ore, il Capitano del Conte Max spegne i motori. Lo scafo scivola accompagnato dallo sciabordio di piccole onde ancora per qualche centinaio di metri prima che l’equipaggio getti l’ancora proprio a ridosso di una lingua di sabbia che la bassa marea ha lasciato completamente scoperta.

Le canne sono già pronte, le avevamo montate e già regolato le frizioni dei robusti  mulinelli prima ancora di sistemare le nostre cose in cabina. Il nostro bagaglio  è composto da pochissimi indumenti, i 20 kg consentiti sui voli intercontinentali sono  tutti destinati alle attrezzature, ad infinite scatole di mosche, code, mulinelli, canne 9 piedi per coda 10 e 12 e robusti tippets. Ben, la nostra espertissima guida, impartisce le ultime necessarie raccomandazioni prima di scendere a terra; per  alcuni è la prima esperienza in mare e si rivela da subito tutt’altro che semplice. Occorre lanciare lontano e strippare a due mani con grande rapidità raccogliendo la coda nel basket, poi ricominciare di nuovo. La vera pesca però non è questa, ma quella del giorno dopo e quella dei giorni successivi ancora; diciamo che il primo approccio con il mare è stato una “palestra”, un allenamento per le sfide che ci aspettano.
Mentre il sole va a dormire risaliamo in barca,  ceniamo e, felicemente stanchi, crolliamo tra le braccia di Morfeo.

Viene giorno presto, colazione alle 6,30 e pronti alle 7. Ben è sempre il primo e, nonostante conosca le Maldive come le sue tasche, non perde mai il desiderio  di pescare e racconta con passione di precedenti battute ai combattivi GT e a velocissimi trigger.  Con il suo entusiasmo contagioso ci spiega dove guardare per individuare un pesce, come muoversi nelle flat, come lanciare, strippare, rallentare, fermarsi e ricominciare più veloci.
Il riflesso sull’acqua è molto intenso e non è facile riconoscere i pesci, le prime volte un bagliore o una pietra sul fondo traggono in inganno ed occorrono un paio di giorni per avere un minimo di dimestichezza. L’aiuto di una guida è indispensabile, così come è fondamentale conoscere le maree e le fasi della luna che ne determinano gli scostamenti. Camminiamo lentamente disposti a ventaglio su una lingua di sabbia dorata, un’ombra scura fluttua lentamente a 20 metri ed il più veloce di noi rapidamente svolge la coda e lancia perfettamente appena dietro. Basta un attimo per sentire un urlo di gioia e vedere la coda tendersi e tagliare l’acqua: dietro la razza c’è sempre un GT!!
La lotta dura una decina di minuti, è incredibile pensare alla forza di questo pesce che, indomito, alterna fughe e repentini cambiamenti di direzione mettendo sempre a rischio la rottura del finale. Assistiamo in attesa di scattare le foto che saranno la prova inconfutabile che, chi per primo cattura, dovrà offrire da bere a tutta la compagnia.
Ogni giornata è uguale ma incredibilmente diversa: la conformazione delle flat, micro isolette di sabbia che compaiono e scompaiono con l’arrivo della marea, la barriera corallina all’orizzonte verso il quale lentamente camminiamo con il radar negli occhi in attesa di intravedere un guizzo, un’ombra , una pinna………eccola, è là a una ventina di metri sulla tua destra!!
Ti blocchi, si ferma il mare, il vento , il cuore, in quel momento non c’è tempo per pensare e hai una sola possibilità, ti giochi tutto in un solo lancio: o sei bravo o ricominci la ricerca pregando nella prossima chance.
A ridosso della barriera corallina la musica cambia, qui la calma della flat è un ricordo, il mare da pacato diventa quasi burrascoso e stare in equilibrio di fronte alle onde che si susseguono senza sosta non è semplice. Ben ci indica le postazioni migliori, troviamo un po’ di stabilità su alcuni massi sommersi e, abbandonata la canna 9′ # 10 impugniamo la #12, già armata e saldamente fissata allo zaino. Ora dobbiamo scatenare l’istinto predatorio dei GT lanciando sull’onda e, poco prima che con il suo impeto si infranga, strippare molto rapidamente con due mani. Non è facile ma ogni volta è una scarica di adrenalina, il pesce velocissimo compare improvvisamente e, come un surfista Hawaiano, pare farsi spingere dall’onda all’inseguimento dell’artificiale. Immagini da pelle d’oca.

La sera, a bordo del Conte Max, è sempre festa. Dopo i tuffi, gli scherzi, gli aperitivi e abbondanti e curate cene prepariamo l’uscita del giorno successivo, controlliamo gli orari delle maree e  fissiamo l’uscita. Le nostre graziosissime compagne di viaggio, spesso mattiniere come noi, aspetteranno qualche ora in più per lo snorkeling e per la passeggiata su un’isola deserta, e anche loro , in  una  giornata di sole apparentemente come tutte le altre, vivranno momenti incancellabili.

Noi, pur continuando a camminare e pescare per molte ore consecutive, non sentiamo la fatica, nonostante il sole e una condizione termica che tentiamo di abbassare, di tanto in tanto, immergendoci fino al cappello.

Ogni bel viaggio, purtroppo, finisce troppo presto, rimangono solo poche ore, l’ultimo giorno, gli ultimi lanci. Arriviamo sulla flat dopo circa un’ora di navigazione, la marea è quasi nel suo punto più basso, ci dividiamo qua e là, lo spazio è infinito, diversi km da percorrere in lungo e in largo, fin dove c’è la barriera, quasi all’orizzonte.
Cerchiamo i trigger, ma anche i GT, ma anche i Blue Finn trevally…….ci sono anche gli squali, uno spettacolo! Passeggio con l’acqua alle ginocchia, lentamente, come mi hanno insegnato, scruto attentamente l’acqua fissando lo sguardo su ogni piccolo riflesso, ogni ombra, ogni accenno di movimento: davanti a me un GT, grande, forse…
Lancio sicuro e in un attimo una botta tremenda mi piega la canna mentre metri di coda si sfilano dalle mani, 5 secondi, forse 7 o 8 non di più, mi pare di aver attaccato un motoscafo tanto è veloce, poi un colpo secco, un rumore sordo, la coda ora è penzoloni, lascio cadere la canna in acqua e lancio un urlo di rabbia  o probabilmente  in segno di riverenza a chi è stato più bravo, svelto e forte di me e comunque superbo padrone di questo incantevole habitat.

Chiamano il Giant trevally il pesce “come back”, catturarlo procura emozioni talmente vibranti  che ti impongono di tornare, se lo perdi provoca un turbamento tale che non vedi l’ora di riprovarci.

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