lapponia svedese

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LAPPONIA SVEDESE

AUTORE – Emilio Arbizzi

LAPPONIA SVEDESE

3 mesi, 90 giorni di luce “all day long” sono già volati via !

Abbiamo appena concluso la nostra prima stagione, una lunghissima vacanza di pesca in Lapponia.

Vacanza perchè per noi vivere in questi ambienti è sempre una festa.

La giornata non è solo pesca ma è condividere con amici le emozioni che questi luoghi sanno regalarti: camminare nella foresta costeggiando un fiume, avventurarsi in un lago con il belly boat per insidiare un luccio tra i canneti dopo un lento e silenzioso avvicinamento…..ed avere la fortuna di scorgere nel fitto bosco un alce con i suoi piccoli.

Ampie strade che tagliano infinite foreste di conifere incrociano ogni tanto altre strade senza indicazioni, perlopiù sterrate, che porteranno forse ad un lago o magari in un isolato spot di un burrascoso torrente …..occorre il tempo di percorrerle, la voglia di inoltrarsi verso chissà dove, per arrivare chissà quando. A volte trovi quel che sognavi: un selvaggio lago su un’altura, un placido fiume senza tracce di presenza alcuna, la vera selvaggia e incontaminata Lapponia.

Le giornate si sono susseguite così, sempre uguali ma sempre diverse, lunghe ed emozionanti anche se il tempo, in questi mesi, non è stato propriamente estivo: a inizio stagione piogge abbondanti hanno condizionato i livelli limitando la pesca solo ad alcuni fiumi; nel Biske, però, non sono mancati salmoni freschi di risalita e in compenso, a fine stagione, abbiamo potuto pescare ovunque: il Pitealven era perfetto, il Parlalven pure, l’Abmo una meraviglia…ma quanto sono belli e combattivi questi temoli artici ? E che dire dei laghi ? Vedere l’attacco esplosivo di lucci da oltre un metro (112 cm se vogliamo essere precisi) è uno spettacolo grandioso.

Concludere le giornate con abbondanti pastasciutte, salumi e formaggi o con sfrigolanti grigliate accompagnate da calici di Prosecco o spumeggiante Lambrusco è quel che ci meritiamo dopo tante fatiche !!

Un regista direbbe ” buona la prima” … e così l’inverno servirà per scrivere il copione della seconda puntata.

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Like a River Lappland Lodge

Questa struttura, situata a circa un’ora dall’aeroporto di Lulea, è di recente costruzione e può comodamente ospitare 5 persone in diverse camere doppie singole e triple. Il lodge offre servizio di pensione completa: colazione, packed- lunch per il pranzo di mezzogiorno e cena. Durante il soggiorno sono previste 6 giornate  di pesca, 3 con guida professionista del lodge per la pesca di trote e temoli. Durante la settimana sono previste altre 3 giornate per pescare altre specie. I Soggiorni sono settimanali con arrivo e partenza di sabato 7 notti e 6 giorni di pesca.

Per il 2017 il Lappland Lodge Like a river è sold out

Vi aspettiamo la prossima stagione!

Informazioni di pesca

Programma di viaggio

LAPPONIA SVEDESE – RACCONTI DI VIAGGIO

1) AUTORE – Emilio Arbizzi – Lappland Lodge, Lapponia svedese

3 mesi, 90 giorni di luce “all day long” sono già volati via !

Abbiamo appena concluso la nostra prima stagione, una lunghissima vacanza di pesca in Lapponia.

Vacanza perchè per noi vivere in questi ambienti è sempre una festa.

La giornata non è solo pesca ma è condividere con amici le emozioni che questi luoghi sanno regalarti: camminare nella foresta costeggiando un fiume, avventurarsi in un lago con il belly boat per insidiare un luccio tra i canneti dopo un lento e silenzioso avvicinamento…..ed avere la fortuna di scorgere nel fitto bosco un alce con i suoi piccoli.

Ampie strade che tagliano infinite foreste di conifere incrociano ogni tanto altre strade senza indicazioni, perlopiù sterrate, che porteranno forse ad un lago o magari in un isolato spot di un burrascoso torrente …..occorre il tempo di percorrerle, la voglia di inoltrarsi verso chissà dove, per arrivare chissà quando. A volte trovi quel che sognavi: un selvaggio lago su un’altura, un placido fiume senza tracce di presenza alcuna, la vera selvaggia e incontaminata Lapponia.

Le giornate si sono susseguite così, sempre uguali ma sempre diverse, lunghe ed emozionanti anche se il tempo, in questi mesi, non è stato propriamente estivo: a inizio stagione piogge abbondanti hanno condizionato i livelli limitando la pesca solo ad alcuni fiumi; nel Biske, però, non sono mancati salmoni freschi di risalita e in compenso, a fine stagione, abbiamo potuto pescare ovunque: il Pitealven era perfetto, il Parlalven pure, l’Abmo una meraviglia…ma quanto sono belli e combattivi questi temoli artici ? E che dire dei laghi ? Vedere l’attacco esplosivo di lucci da oltre un metro (112 cm se vogliamo essere precisi) è uno spettacolo grandioso.

Concludere le giornate con abbondanti pastasciutte, salumi e formaggi o con sfrigolanti grigliate accompagnate da calici di Prosecco o spumeggiante Lambrusco è quel che ci meritiamo dopo tante fatiche !!

Un regista direbbe ” buona la prima” … e così l’inverno servirà per scrivere il copione della seconda puntata.

 

2) AUTORE – Giorgio Cavatorti – Camp Tjuonajokk, Lapponia

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Tjuonajokk è probabilmente il lodge di pesca più famoso della Svezia. Si trova sul fiume Kaitum nella Lapponia svedese, tra Kiruna e Gällivare, a circa 120 chilometri a nord del circolo polare. Il mezzo più comodo per raggiungerlo è l’aereo e successivamente l’elicottero. L’aeroporto più vicino è quello di Kiruna, la città più a nord della Svezia. Arrivati in aeroporto un breve tragitto vi porta alla base di partenza degli elicotteri, da dove in 40 minuti sarete al Tjuonajokk.

Il lodge è vicino ad alcuni dei più rinomati luoghi di pesca della Lapponia e il modo più pratico per raggiungerli è noleggiare una barca al lodge o ingaggiare una delle guide professioniste del campo; questi giovani ragazzi, spesso studenti di ittiologia che si guadagnano qualche soldo nella stagione estiva, conoscono i posti più belli e, senza perdere tempo, vi porteranno dove ci sono i pesci. Normalmente si pesca da riva – la pesca dalla barca è consentita solo nei laghi.

Il camp Tjuonajokk è attrezzato con cabine in legno molto confortevoli per dormire e dove si può anche cucinare. Ovviamente c’è anche un ristorante dove si può gustare il buon cibo nordico: il salmone appena grigliato o il salmerino crudo speziato, la carne di renna arrostita oppure il piatto del giorno, il gallo cedrone. Il tutto accompagnato da birra o vino e da tante chiacchiere fino a notte fonda. Ma qui la notte è molto luminosa, avendo luce per 24 ore al giorno, quindi spesso si torna a pesca, anche solo per un paio d’ore, giusto il tempo di allamare 2 o 3 bei lucci dal pontile.

Andando verso monte, verso la famosa rapida tra i due laghi Kaitum inferiori, vi sono zone incantevoli; le montagne di Kårsatjåkkas e Livamtjåkkas arrivano fino al cielo e sull’altra sponda del fiume svettano le scogliere verticali di Tjuoltapakte. Un luogo meraviglioso, inoltre la consapevolezza dell’assoluta mancanza di abitanti in queste aree aumenta costantemente la voglia di risalire il fiume.

Nel camp naturalmente c’è anche una grande sauna giusto a due passi dal lago, con una vista unica sulle montagne al di là delle grandi finestre panoramiche. Anche l’acqua da bere non manca, essendo potabile tutta quella che c’è intorno, lago compreso. Un po’ strano per noi, ma perfettamente normale per questi luoghi.

La zona si presta anche per fare trekking, specialmente sulla cima del Tjuonatjokkah, dove si attraversano prati di montagna ricoperti di fiori di luparia, cardi alpini e liquirizia selvatica. Nella vallata c’è un piccolo corso d’acqua e ci si imbatte spesso nell’angelica, la pianta medicinale degli arcangeli. Qui potete vedere ciò che resta delle abitazioni Sami fatte di blocchi di torba. In alto, sulla nuda montagna, al di sopra del limite della vegetazione arborea, la lieve brezza caccia via le zanzare. Al di sotto di voi le montagne sono dipinte di blu e bianco lungo l’orizzonte. Prendetevi una pausa e lasciate che il rumore di un piccolo ruscello vi canti la ninna nanna mentre una renna cerca di sfuggire alla calura del giorno su una piccola chiazza di neve lì vicino.

Per quanto riguarda la pesca le tecniche variano, ma la pesca a mosca in questa zona è il top. Il temolo, la specie dominante, di solito viene pescato a secca. I pesci qui hanno una taglia importante, specialmente per la media Svedese, pesano in media 800 grammi circa, ma spesso si pescano anche esemplari che pesano il doppio, specialmente di notte. Normalmente in una giornata di pesca si catturano una quarantina di pesci interessanti, anche senza essere dei fenomeni del lancio.
Il temolo più grande catturato qui è di 2,7 chili. Ottima è anche la pesca alla trota, che nel Kaitum arrivano non raramente ai cinque chili. Qui le migliori chances sono a spinning, ma anche a mosca ne abbiamo catturate da un paio di kg.
Anche i salmerini sono presenti, ma nel periodo estivo in cui siamo andati erano probabilmente a profondità maggiori.
Per gli amanti del Luccio il Tjiunajokk è una meta splendida. Sia nei laghi formati dal questo grande fiume, sia nelle anse del fiume stesso vi sono centinaia di ottimi spot. L’assenza di una pesca pressante unita alla qualità di queste acque favorisce un accrescimento decisamente veloce e, sia a spinning che a mosca con grossi streamer, il divertimento è assicurato. Lucci over 10 kg. sono all’ordine del giorno, mi sembra di ricordare un record in questa zona di circa 20 kg.

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3) AUTORE – Emilio Arbizzi – Nel cuore della Lapponia svedese

L’aereo in avvicinamento all’aeroporto di Lulea sorvola a bassa quota una immensa foresta; poco più in là un lago e sulla sponda l’immancabile casetta in legno, dipinta di rosso, brilla al sole ancora alto della sera.

Durante la breve attesa dei bagagli incontriamo il ns. “gillie”che immediatamente ci aggiorna sulle condizioni dei fiumi: la molta neve caduta nella Tundra durante le interminabili notti invernali sta condizionando i livelli rendendo la pesca molto più difficile del previsto.
La notizia colpisce ma non demoralizza e nel percorrere il centinaio di km che ci separano dal lodge osserviamo scrupolosamente ogni corso d’acqua. Siamo nel cuore della Lapponia Svedese e raggiungiamo Vinsel, un piccolissimo paese che sorge sulla strada diretta a Napapijri, il Circolo Polare Artico. Ci fermiamo nei pressi di una tipica casetta in legno ad un solo piano, un ambiente semplice e familiare dove una gentilissima attempata Signora ci accoglie con una prelibata cena.
Fuori c’è ancora il sole mentre sorseggiamo il caffè in veranda e solo guardando l’orologio mi rendo conto che sono già le 23,30.

La abbondante colazione mattutina è il momento ideale per programmare la giornata: evidenziamo sulla cartina i percorsi più interessanti e gli accessi ai fiumi mentre facciamo tesoro di tutte le indicazioni circa le tecniche di pesca e sulle mosche più redditizie.
Prepariamo l’attrezzatura e partiamo verso la cittadina più vicina dove potremo ritirare il ns. permesso di pesca dal modestissimo costo di 25 euro settimanali.
Lungo la strada è d’obbligo la sosta sul Pite alle straordinarie Storforsen, le più grandi cascate d’Europa: uno spettacolo grandioso reso ancor più emozionante da una lunga passerella in legno che permette di camminare a fianco della cascate per tutta la loro corsa.

La frenesia di pescare non ci consente di rimanere troppo a lungo e, dopo aver scattato una decina di fotografie ci avviamo sull’Abmoalven, affluente dell’imponente Pite, un’ora di auto più a Nord.
Poche decine di km, spesso deserti, percorsi su questi rettilinei lunghissimi che tagliano foreste di conifere, si rivelano una breve passeggiata anche quando la strada asfaltata si trasforma in sterrato e dove gli incontri con branchi di renne ed altri animali è certamente più frequente che non con altri automezzi.
Raggiungiamo la pool del fiume ed in pochi minuti siamo pronti per aprire la “caccia al temolo”.
Il livello del fiume è abbastanza alto ma l’acqua è pulita nonostante il fondo scuro ne celi la trasparenza. Armiamo le canne e ci cospargiamo abbondantemente di antizanzara che in questi luoghi è fondamentale non dimenticare mai!
Camminiamo nella foresta a ridosso del fiume per qualche minuto incantati dalla bellezza di questo luogo selvaggio ed incontaminato: si “pesca a scendere” lasciando che la mosca venga naturalmente trasportata dalla corrente: canna da 9 piedi per coda 6 ed un finale da 3-3,5 mt e una parachute verde o una klinkhammer gialla ci consentono di catturare una ventina di temoli a testa, alcuni anche di notevole taglia.
Alle 11 di sera la luce è ancora abbastanza intensa ma la stanchezza si fa sentire e smettiamo di pescare. Siamo quasi arrivati all’auto pronti per rientrare quando incontriamo un pescatore locale, canna in mano e zaino in spalla, che ci saluta e si inoltra nel bosco: ci guardiamo increduli…………certamente sa qual è l’orario più idoneo per insidiare i temoli artici di grande taglia!

Il giorno successivo, dopo la solita breakfast- briefing, ci avviamo verso il Pitealven: è un fiume imponente ed incute una specie di timore reverenziale per la sua immensa portata d’acqua che si alterna tra lunghe piane e tratti con correnti vorticose e salti.

Mentre risaliamo quattro anatroccoli sguazzano in una piccola ansa a ridosso della riva erbosa: sembrano aver ingaggiato una sfida tra loro e ritmicamente si immergono per poi ricomparire dopo pochi secondi: mi soffermo a guardarli per un po’, divertito e sorpreso. Distrattamente inizio a pescare sondando l’acqua qua e là fino a quando un forte strattone mi fa ritrovare la concentrazione ed ingaggio una bella lotta con un temolo over-size che con una rapida virata, aiutato dalla poderosa pinna dorsale, si infila nella corrente e se ne va strappando il finale.
Passiamo la mattinata pescando sempre a risalire lanciando sempre nei sottoriva dove l’acqua è più calma e dove stazionano in caccia i pesci: catturiamo numerosi temoli dalla livrea molto scura e qualche panciuta trota.
Ci spostiamo poi nella parte alta del Varijan, fiume di ben più modeste dimensioni, che scorre in un ambiente selvaggio ed a tratti un po’ spettrale che ci impone di muoverci con circospezione prestando attenzione ad ogni rumore e ad ogni ombra.
Quando inizia a piovere, cambiamo di nuovo posto e proviamo nel Vitbacken: il fiume è bellissimo, e certamente con una ridottissima pressione di pesca ma il livello dell’acqua veramente troppo alto non ci permette di ottenere grandi soddisfazioni.

L’ultimo giorno di pesca è dedicato al Vindel, famoso ed importante fiume da temoli con qualche pool straordinaria e molto redditizia nei pressi del paesino di Sorsele. Avvicinandoci alla meta ci addentriamo in un paesaggio fiabesco: le classiche casette rosse, con le tendine di pizzo alle finestre, macchiano le sponde dei laghi, staccionate in legno scuro contrastano con il verde dei campi e un cielo azzurro finalmente privo di nuvole; la sommità degli alti pini ondeggia al leggero vento che rendendo viva questa straordinaria fotografia.
Le difficoltà maggiori nel Vindel sono date dalla quasi impossibilità di muoversi nel fiume e senza il bastone da guado sarebbe veramente pericoloso anche compiere un solo passo. Il rischio di cadere in acqua è molto elevato ma il gioco vale la candela perché qui di temoli ce ne sono veramente tanti, belli e combattivi.
Anche quando inizia a piovere forte poi fortissimo e peschiamo “sotto” con una ninfa leggera sul tip ed una più grossa e pesante legata al bracciolo, il ritmo delle catture non diminuisce e spesso capita di agganciare due pesci nello stesso momento. In questi non rari momenti riuscire a salpare i pesci è una questione di resistenza: allamare contemporaneamente due temoli da 40 e passa centimetri e contrastarli nella corrente diventa una lotta con avversari a volte invincibili.
Un piccolo riparo in tronchi attrezzato con panche e legna da ardere fa da rifugio nella pausa dell’ultimo pranzo sul fiume prima di intraprendere la strada del ritorno.

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Gli ultimi Reports di viaggi

AUTORE – Giorgio Cavatorti

“KAMCHATKA”

Settembre 2017

Credo che il sogno di tutti i pescatori a mosca sia quello di pescare in fiumi dove nessuno prima abbia mai lanciato una mosca….. forse alcuni tratti dell’Icha river in Kamchatka corrispondono pienamente a questo sogno.

Il viaggio dall’Italia è estremamente lungo e faticoso e dura circa 2 giorni pieni; ore infinite di aereo e aeroporti, trasferimenti con mezzi militari e fuoristrada per poi finalmente vedere uno splendido fiume e per sentirsi dire che il lodge è circa 50 km di gommone a valle…… questo è l’Icha river, nel nord ovest della penisola della Kamchatka.

La cosa miracolosa è che appena ci si mette i wader e si fa il primo lancio tutto questo si dimentica immediatamente e si entra in una sorta di trans che dura una settimana.

Per pescare nell’Icha ci si deve portare una canna da skagit di 13 piedi perche ci sono molti salmoni di parecchie specie del pacifico, ma anche una 9 per la 5 per pescare le trote, oppure una coda del 7 per pescare a galla con i gurgle i grossi salmerini white spotted (kundka) che oltre ad avere un comportamento bizzarro mangiamo sulla superficie.

Fortunatamente qui le cose non sono cambiate di molto dall’ultimo viaggio, e credo proprio che sarà cosi per molto tempo. Anche le guide sono sempre le stesse; immagino la difficoltà dell’organizzazione di sostituirle, mesi lontano da tutto e da tutti dove gli orsi sono le uniche facce nuove che giornalmente ti fanno visita. Le guide sono tutte ragazzi giovani, ragazzi che hanno bisogno di uno stipendio ma che impiegano un pò di tempo a capire che c’è gente che è disposta a fare il giro del Mondo per catturare pesci per poi rilasciarli, sempre disponibili ed affidabili, che fanno il loro lavoro professionalmente e cercano di instaurare un buon rapporto da subito, chiarendoti immediatamente quali sono le regole principali di sicurezza appena arrivi, visto che il primo centro di pronto soccorso è a 1 giorno intero di fuoristrada.

Credo che alcune zone della Russia siano le ultime frontiere della pesca a mosca, e la Kamchatka, con i suoi numerosi fiumi ancora da scoprire, sicuramente un paradiso per la pesca a mosca. Occorre un pò di spirito di adattamento ma si sa che nel momento in cui arrivano l’asfalto e le comodità, stranamente calano poi i pesci nel fiume……

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AUTORE – Emilio Arbizzi

“LAPPONIA SVEDESE – LAPPLAND LODGE”

Settembre 2017

3 mesi, 90 giorni di luce “all day long” sono già volati via !

Abbiamo appena concluso la nostra prima stagione, una lunghissima vacanza di pesca in Lapponia.

Vacanza perchè per noi vivere in questi ambienti è sempre una festa.

La giornata non è solo pesca ma è condividere con amici le emozioni che questi luoghi sanno regalarti: camminare nella foresta costeggiando un fiume, avventurarsi in un lago con il belly boat per insidiare un luccio tra i canneti dopo un lento e silenzioso avvicinamento…..ed avere la fortuna di scorgere nel fitto bosco un alce con i suoi piccoli.

Ampie strade che tagliano infinite foreste di conifere incrociano ogni tanto altre strade senza indicazioni, perlopiù sterrate, che porteranno forse ad un lago o magari in un isolato spot di un burrascoso torrente …..occorre il tempo di percorrerle, la voglia di inoltrarsi verso chissà dove, per arrivare chissà quando. A volte trovi quel che sognavi: un selvaggio lago su un’altura, un placido fiume senza tracce di presenza alcuna, la vera selvaggia e incontaminata Lapponia.

Le giornate si sono susseguite così, sempre uguali ma sempre diverse, lunghe ed emozionanti anche se il tempo, in questi mesi, non è stato propriamente estivo: a inizio stagione piogge abbondanti hanno condizionato i livelli limitando la pesca solo ad alcuni fiumi; nel Biske, però, non sono mancati salmoni freschi di risalita e in compenso, a fine stagione, abbiamo potuto pescare ovunque: il Pitealven era perfetto, il Parlalven pure, l’Abmo una meraviglia…ma quanto sono belli e combattivi questi temoli artici ? E che dire dei laghi ? Vedere l’attacco esplosivo di lucci da oltre un metro (112 cm se vogliamo essere precisi) è uno spettacolo grandioso.

Concludere le giornate con abbondanti pastasciutte, salumi e formaggi o con sfrigolanti grigliate accompagnate da calici di Prosecco o spumeggiante Lambrusco è quel che ci meritiamo dopo tante fatiche !!

Un regista direbbe ” buona la prima” … e così l’inverno servirà per scrivere il copione della seconda puntata.

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“LA RISERVA S.V.A”

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Quando ho iniziato a pescare a mosca,  una trentina di anni fa,  S.V.A.  era sinonimo di esclusività, ottima gestione, ma soprattutto di pesci grossi. Da quel giorno non è cambiato quasi nulla, fatta eccezione per l’accesso a questa riserva, che ora è consentito a qualche ospite in alcuni mesi estivi. Della storia antichissima di questa riserva abbiamo parlato qualche numero fa. Oggi è gestita in modo impeccabile dai soci ed è composta da un grande ecosistema di acque. La riserva S.V.A. comprende 32 km di torrenti e due meravigliosi laghi (Baccio e Santo). La passione, unita ad una grande esperienza,ha sviluppato un impianto ittiogenico all’avanguardia, dove nascono e maturano esemplari di Fario con tutti i requisiti richiesti per il ripopolamento delle acque.

Questi laghi e fiumi sono all’interno del parco del Frignano, una vasta area protetta a ridosso del crinale tosco-emiliano, che ricopre una superficie di 15350,39 ettari, di cui 9000 di parco e 6000 di pre-parco e interessa sette Comuni della Provincia modenese. Qui si raggiungono i 2165 metri del Monte Cimone, e al suo interno vi sono dieci laghi e cinque corsi d’acqua principali. L’appellativo “Frignano” è fatto risalire agli antichi abitanti della zona, i Liguri Friniates che, a causa della conquista romana nel II secolo a.C. , si erano rifugiati tra le montagne modenesi. Il Parco del Frignano, gestito da un consorzio appositamente costituito, è disciplinato da una normativa volta a tutelare la biodiversità e il patrimonio naturalistico, favorendo al contempo la cooperazione istituzionale per la sostenibilità ambientale. L’area protetta del Frignano si trova al centro di una regione che vede a sud il Parco dell’Orecchiella, a ovest il Parco del Gigante e a est il Parco di Corno alle Scale, rendendo questa zona un luogo ideale per la conservazione di specie floro – faunistiche in via d’estinzione e per la riproduzione di esemplari rari. L’estensione del parco garantisce un’ampia varietà di specie animali, infatti, trovano qui un perfetto habitat i più rari come il lupo, l’aquila reale, il gufo e la marmotta e i più diffusi come il capriolo, la volpe e il cinghiale. Anche la vegetazione, secondo le altitudini, è molto diversa grazie all’alternarsi delle numerose variazioni geoclimatiche avvenute nel corso del tempo. Il parco è uno scrigno che racchiude in sé piccoli tesori, come gli abeti rossi presenti vicino ai laghi, altrettanto preziosi,  che hanno bisogno di essere preservati con cura per la loro indiscutibile bellezza naturale e per il loro ruolo fondamentale di testimoni del passato. Il parco non è solo natura, ma anche storia e architettura, ben rappresentate dal borgo medievale di Fiumalbo, il cui nome, “Flumen Album”, deriva probabilmente dalle spumeggianti acque che lo circondano e dal caratteristico paese di  Pievepelago, posto sulle rive del torrente Scoltenna, al centro della valle del Pelago, proprio sul confine tre Emilia e Toscana, nei pressi del Monte Giovo e del Monte Rondinaio. Il territorio circostante, intervallato da splendidi laghi, si presenta ricco di boschi di castagni, faggi e conifere, percorsi da numerosi sentieri. Durante la seconda guerra mondiale il paese si trovò sulla Linea Gotica, al centro di una zona oggetto della lotta di Resistenza, qui infatti trovarono rifugio molti alleati, soprattutto sulle rive dei laghi, dove in epoca moderna sono stati ritrovati reperti risalenti alla guerra, sprofondati sui fondali. Va sottolineato anche che il comprensorio della S.V.A. ha da sempre aiutato le zone limitrofe, sono infatti state catturate negli anni grosse trote anche nella parte di fiumi sotto la riserva, è il caso del torrente Scoltenna e del rio delle Pozze. Questo a sottolineare il fatto che zone ben gestite spesso aiutano tratti di fiumi limitrofi con gestioni scadenti. La pesca va indicativamente da maggio a ottobre e se siete alla ricerca di pesce di qualità e avete voglia di immergervi al 100% nella natura questa riserva di pesca fa sicuramente  per voi.

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AUTORE – Giorgio

“BRITISH COLUMBIA”

Canada, Ottobre 2016

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Da sempre la regione del British Columbia in Canada, e in special modo il bacino del fiume Skeena con i suoi affluenti, sono meta di pescatori alla ricerca di un incontro con le grosse steelhead che popolano la zona. Lodge, guide e strutture per ospitare pescatori che arrivano da tutto il mondo sono in costante crescita e, nonostante mi sia recato spesso in questi luoghi, per la vastità del territorio ed il grande numero di torrenti, laghi e fiumi, sembra di visitare ogni volta un posto nuovo. Insieme all’entusiasmo di scoprire nuove pool si è unita anche la curiosità di sapere chi furono i primi pescatori-esploratori che si avventurarono verso nord alla ricerca di questo affascinante pesce. Uno di questi fu sicuramente il reverendo Daniel M. Gordon, che trovandosi in una spedizione per conto del CPR ( Canadian Pacific Railway) a nord di Vancouver, fu uno dei primi a menzionare la pesca a mosca negli affluenti dello Skeena. Il suo libro del 1880, Mountain and Prairie: A Journey from Victoria to Winnipeg Via the Peace River Pass è una descrizione dei suoi viaggi. Anche J. Turner-Turner, alla fine dell’Ottocento, risalì lo Skeena attraversando il Babine Lake e addentrandosi nel bacino idrografico del Fraser e narrò le sue avventure in Three Year’s Hunting and Trapping in America and the Great North-West. La compagnia di Turner-Turner impiegò buona parte del mese di settembre per farsi strada dalla colonia di Metlakatla sull’oceano fino alle Forks di Old Hazelton, risalendo lo Skeena. Turner-Turner intendeva svernare a Kispiox, ma i nativi, temendo che fosse un agrimensore che voleva impossessarsi della loro terra, non glielo permisero. Ritornò alle Forks e costruì una capanna sul promontorio delimitato dai fiumi Skeena e Bulkley, che diventò la sua dimora finché non proseguì il viaggio nel giugno seguente. Nel mese di settembre, risalendo lo Skeena, notò l’abbondanza di salmoni e si cimentò nella pesca al cucchiaio e a mosca, ma non riuscì a catturare nulla. Non prese nessun salmone, ma descrisse un pesce da lui menzionato come grossa trota; fu tra i primi a parlare di Steelhead. Le catture record di Steelhead sul Kispiox, nei primi anni Cinquanta, attirarono l’attenzione verso quest’area e i pescatori a mosca che stavano sotto il 49° parallelo affluirono in massa verso i fiumi Kispiox, Morice e Bulkley. Le prime tecniche di pesca a mosca alla steelhead si basavano perlopiù su tecniche britanniche di pesca al salmone atlantico portate nella Columbia Britannica da uomini come il generale Noel Money, Roderick Haig-Brown e Tommy Brayshaw. L’afflusso di Americani nell’area dello Skeena negli anni Cinquanta e Sessanta ebbe una profonda influenza sulla pesca a mosca in quelle zone. La pesca era dominata da canne corte e mosche di origine americana. I Membri del Totem Flyfishers di Vancouver e Haig-Brown Flyfishers di Victoria reintrodussero le canne a doppia impugnatura e lo Speycasting. I primi fiumi in cui si assistette a queste tecniche furono, negli anni Ottanta, il Dean e il Thompson e in seguito le canne da mosca a due mani divennero popolari in tutta la comunità dei pescatori a mosca fino allo Stato di Washington. Oggigiorno è tutto più facile, canne e code skagit fanno “entrare in pesca” in pochissimo tempo, così come le mosche intruder e lech. I numeri delle catture sono molto cresciuti rispetto a una quindicina di anni fa grazie ad una politica del nokill e a queste nuove tecniche di pesca. Pensiamo però a quando si entrava in acqua con una 18 piedi in greenheart e con una coda in seta, quando gli stivali erano in tela cerata e le mosche avevano l’occhiello in gut, a quando non esistevano guide di pesca super informate, ma si andava in esplorazione facendo ore di cammino tra gli orsi senza mappe adeguate…..decisamente meglio oggi.

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AUTORE – Emilio Arbizzi

“COME BACK” ADVENTURE

Maldive

Il solo fatto di abbandonare il cupo cielo invernale, addormentarsi durante un comodo volo Emirates per svegliarsi di prima mattina al sole e con la brezza del mare, è già un bel modo di iniziare un viaggio. Se poi dopo poco meno di un’ora sei in navigazione verso gli atolli Maldiviani del Sud a bordo di un magnifico yacht di 34 metri, allora capisci che probabilmente ti aspetta una vacanza di quelle che non si dimenticano.
Sarà cosi.
Dedichiamo il minimo tempo necessario alla sistemazione dei bagagli nelle cabine, non si può certo rimanere sotto coperta mentre ci lasciamo Male alle spalle. Seduti a prua sorseggiamo una abbondante tazza di caffè americano e scattiamo  le prime fotografie rapiti dai colori di un mare che pare finto.
Le prime ore di vacanza scorrono veloci, fantasticando sulle flat che attraverseremo nei prossimi giorni, sui pesci che vedremo o crederemo di aver visto. Le signore, già opportunamente coperte di crema solare, hanno preso immediatamente possesso dei lettini sul ponte superiore, a poppa, dove un venticello rinfrescante rende piacevole quella che altrimenti sarebbe l’impossibile esposizione al sole dell’Oceano Indiano.
Nel tardo pomeriggio, dopo aver navigato poche ore, il Capitano del Conte Max spegne i motori. Lo scafo scivola accompagnato dallo sciabordio di piccole onde ancora per qualche centinaio di metri prima che l’equipaggio getti l’ancora proprio a ridosso di una lingua di sabbia che la bassa marea ha lasciato completamente scoperta.

Le canne sono già pronte, le avevamo montate e già regolato le frizioni dei robusti  mulinelli prima ancora di sistemare le nostre cose in cabina. Il nostro bagaglio  è composto da pochissimi indumenti, i 20 kg consentiti sui voli intercontinentali sono  tutti destinati alle attrezzature, ad infinite scatole di mosche, code, mulinelli, canne 9 piedi per coda 10 e 12 e robusti tippets. Ben, la nostra espertissima guida, impartisce le ultime necessarie raccomandazioni prima di scendere a terra; per  alcuni è la prima esperienza in mare e si rivela da subito tutt’altro che semplice. Occorre lanciare lontano e strippare a due mani con grande rapidità raccogliendo la coda nel basket, poi ricominciare di nuovo. La vera pesca però non è questa, ma quella del giorno dopo e quella dei giorni successivi ancora; diciamo che il primo approccio con il mare è stato una “palestra”, un allenamento per le sfide che ci aspettano.
Mentre il sole va a dormire risaliamo in barca,  ceniamo e, felicemente stanchi, crolliamo tra le braccia di Morfeo.

Viene giorno presto, colazione alle 6,30 e pronti alle 7. Ben è sempre il primo e, nonostante conosca le Maldive come le sue tasche, non perde mai il desiderio  di pescare e racconta con passione di precedenti battute ai combattivi GT e a velocissimi trigger.  Con il suo entusiasmo contagioso ci spiega dove guardare per individuare un pesce, come muoversi nelle flat, come lanciare, strippare, rallentare, fermarsi e ricominciare più veloci.
Il riflesso sull’acqua è molto intenso e non è facile riconoscere i pesci, le prime volte un bagliore o una pietra sul fondo traggono in inganno ed occorrono un paio di giorni per avere un minimo di dimestichezza. L’aiuto di una guida è indispensabile, così come è fondamentale conoscere le maree e le fasi della luna che ne determinano gli scostamenti. Camminiamo lentamente disposti a ventaglio su una lingua di sabbia dorata, un’ombra scura fluttua lentamente a 20 metri ed il più veloce di noi rapidamente svolge la coda e lancia perfettamente appena dietro. Basta un attimo per sentire un urlo di gioia e vedere la coda tendersi e tagliare l’acqua: dietro la razza c’è sempre un GT!!
La lotta dura una decina di minuti, è incredibile pensare alla forza di questo pesce che, indomito, alterna fughe e repentini cambiamenti di direzione mettendo sempre a rischio la rottura del finale. Assistiamo in attesa di scattare le foto che saranno la prova inconfutabile che, chi per primo cattura, dovrà offrire da bere a tutta la compagnia.
Ogni giornata è uguale ma incredibilmente diversa: la conformazione delle flat, micro isolette di sabbia che compaiono e scompaiono con l’arrivo della marea, la barriera corallina all’orizzonte verso il quale lentamente camminiamo con il radar negli occhi in attesa di intravedere un guizzo, un’ombra , una pinna………eccola, è là a una ventina di metri sulla tua destra!!
Ti blocchi, si ferma il mare, il vento , il cuore, in quel momento non c’è tempo per pensare e hai una sola possibilità, ti giochi tutto in un solo lancio: o sei bravo o ricominci la ricerca pregando nella prossima chance.
A ridosso della barriera corallina la musica cambia, qui la calma della flat è un ricordo, il mare da pacato diventa quasi burrascoso e stare in equilibrio di fronte alle onde che si susseguono senza sosta non è semplice. Ben ci indica le postazioni migliori, troviamo un po’ di stabilità su alcuni massi sommersi e, abbandonata la canna 9′ # 10 impugniamo la #12, già armata e saldamente fissata allo zaino. Ora dobbiamo scatenare l’istinto predatorio dei GT lanciando sull’onda e, poco prima che con il suo impeto si infranga, strippare molto rapidamente con due mani. Non è facile ma ogni volta è una scarica di adrenalina, il pesce velocissimo compare improvvisamente e, come un surfista Hawaiano, pare farsi spingere dall’onda all’inseguimento dell’artificiale. Immagini da pelle d’oca.

La sera, a bordo del Conte Max, è sempre festa. Dopo i tuffi, gli scherzi, gli aperitivi e abbondanti e curate cene prepariamo l’uscita del giorno successivo, controlliamo gli orari delle maree e  fissiamo l’uscita. Le nostre graziosissime compagne di viaggio, spesso mattiniere come noi, aspetteranno qualche ora in più per lo snorkeling e per la passeggiata su un’isola deserta, e anche loro , in  una  giornata di sole apparentemente come tutte le altre, vivranno momenti incancellabili.

Noi, pur continuando a camminare e pescare per molte ore consecutive, non sentiamo la fatica, nonostante il sole e una condizione termica che tentiamo di abbassare, di tanto in tanto, immergendoci fino al cappello.

Ogni bel viaggio, purtroppo, finisce troppo presto, rimangono solo poche ore, l’ultimo giorno, gli ultimi lanci. Arriviamo sulla flat dopo circa un’ora di navigazione, la marea è quasi nel suo punto più basso, ci dividiamo qua e là, lo spazio è infinito, diversi km da percorrere in lungo e in largo, fin dove c’è la barriera, quasi all’orizzonte.
Cerchiamo i trigger, ma anche i GT, ma anche i Blue Finn trevally…….ci sono anche gli squali, uno spettacolo! Passeggio con l’acqua alle ginocchia, lentamente, come mi hanno insegnato, scruto attentamente l’acqua fissando lo sguardo su ogni piccolo riflesso, ogni ombra, ogni accenno di movimento: davanti a me un GT, grande, forse…
Lancio sicuro e in un attimo una botta tremenda mi piega la canna mentre metri di coda si sfilano dalle mani, 5 secondi, forse 7 o 8 non di più, mi pare di aver attaccato un motoscafo tanto è veloce, poi un colpo secco, un rumore sordo, la coda ora è penzoloni, lascio cadere la canna in acqua e lancio un urlo di rabbia  o probabilmente  in segno di riverenza a chi è stato più bravo, svelto e forte di me e comunque superbo padrone di questo incantevole habitat.

Chiamano il Giant trevally il pesce “come back”, catturarlo procura emozioni talmente vibranti  che ti impongono di tornare, se lo perdi provoca un turbamento tale che non vedi l’ora di riprovarci.

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Lapponia Svedese

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Incantevole realtà nordica: la Svezia. Una nazione tra le più pulite ed incantevoli d’Europa, caratterizzata da paesaggi mozzafiato, città affascinanti e ricche di cultura dove si respira un’atmosfera magica, dove lasciarsi incantare da quell’aria semplice e naturale tipica di una realtà così lontana dal caos urbano, dove abbondano bellezze naturali e terre selvagge accessibili a tutti. La Svezia attrae un grande numero di viaggiatori, ma non solo amanti dei viaggi avventurosi pronti ad intraprendere interessanti escursioni alla volta di foreste, laghi, montagne e torrenti ma anche semplici turisti curiosi di scoprire una delle nazioni più moderne e sviluppate al mondo, sia dal punto di vista tecnologico che sociale. La natura comunque costituisce una delle maggiori attrazioni: suggestiva e quasi incontaminata ha colori forti, dal bianco del ghiaccio della Lapponia in inverno al verde della campagna in primavera, al blu dell’acqua lungo le coste e i laghi interni. Un accenno particolare meritano proprio i laghi: se ne contano oltre 100.000, sparsi un pò ovunque a donare ulteriore bellezza al paesaggio.

La Lapponia può esser a buona ragione definita “l’ultima frontiera selvaggia dell’Europa Occidentale”, una terra di paesaggi estremi con montagne nude, sterminati altopiani, roccia, acqua e ghiaccio. Situata nell’Europa del Nord, quest’area è distribuita tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Penisola di Kola. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, la Lapponia possiede una natura spettacolare; la si osserva in silenzio quasi a non disturbare le sue opere d’arte, fatte di foreste fitte e impenetrabili o di vaste distese dagli orizzonti infiniti. La quasi totalità dell’area della Lapponia è composta da parchi e riserve naturali (95%), nel resto del territorio si concentrano i piccoli insediamenti urbani del popolo Sami. Vi troviamo il villaggio di Karesuando, al confine con la Finlandia, l’insediamento più settentrionale di tutta la Svezia, conosciuto sia per le sue bellezze naturali che per la possibilità di ammirare il sole di Mezzanotte, un fenomeno presente durante il periodo estivo.

Geografia 
La Svezia, ufficialmente Regno di Svezia, è uno Stato dell’Europa settentrionale, nella Penisola Scandinava. Confina con la Norvegia a ovest e con la Finlandia a nord-est; è bagnata dal Mar Baltico e dal Golfo di Botnia a est e dagli stretti della Skagerrak e del Kattegat a sud-ovest; lo stretto dell’Øresund, che separa la Svezia dalla Danimarca, è dal 2000 attraversato dal ponte omonimo che collega i due Paese rispettivamente tra Malmö e Copenaghen. Con poco più di 9 milioni di abitanti, la Svezia è un paese a bassa densità abitativa.

Storia
Esistono prove sufficienti a sostenere che l’area comprendente l’attuale Svezia fu colonizzata durante l’età della pietra, quando i ghiacciai dell’ultima era glaciale si ritirarono. Si crede che i primi abitanti fossero cacciatori e raccoglitori, che vivevano principalmente di quello che il mare offriva loro. Durante il IX e X secolo fiorì in Svezia la cultura vichinga con commerci, incursioni e colonizzazioni che si estendevano principalmente verso est. Nel 1397 Norvegia, Danimarca e Svezia furono unite sotto un unico monarca costituendo l’Unione di Kalmar (a carattere personale) da cui la Svezia si separò nel 1523 con Gustavo I di Svezia. Il XVII secolo vide la Svezia emergere come una delle grandi potenze europee grazie alla sua vittoriosa partecipazione nella Guerra dei Trent’Anni, posizione che crolla poi nella Battaglia di Poltava, per mano dell’esercito russo di Pietro il Grande. La storia recente della Svezia è stata pacifica: l’ultima guerra è stata la campagna contro la Norvegia nel 1814 che stabilì un’unione dei due Paesi dominata dalla Svezia, dissolta pacificamente nel 1905. Durante la Prima Guerra Mondiale la Svezia rimase neutrale, mentre nel corso della Seconda offrì il trasporto dei militari in licenza e il noleggio di camion e autisti all’esercito tedesco. Un avvenimento che ha segnato la storia svedese è stato l’assassinio, nel 1986, del primo ministro Olof Palme, delitto rimasto ancora irrisolto.

La Svezia oggi è una monarchia parlamentare.

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